L’estate degli annegamenti – John Burnside

«L’aspetto che più spicca del lavoro di Burnside, a parte l’esattezza del linguaggio, è la bellezza della prosa. Detto in maniera molto semplice: scrive meravigliosamente». The Irish Times

Sono assolutamente d’accordo con quanto affermato dal The Irish Times, la prosa di questo scrittore mi ha letteralmente incantato e affascinato. John Burnside ha una scrittura di grande bellezza e maestria.

In questo romanzo il tema giallo e misterioso si intreccia con il mito, e la protagonista – riflessiva e analitica grazie alla scittura di Burnside – racconta di un’estate trascorsa da Liv – la protagonista –  su un’isola norvegese dove la madre pittrice ha scelto di vivere, nella solitudine e nell’isolamento. Sullo sfondo un padre assente che riappare all’improvviso per poi subito riscomparire. Antiche leggende e spiriti impregnano i legni di rimesse, pontili e dimore, dove si conserva la memoria di antichi e funesti eventi: ragazzi di campagna usciti alle prime luci dell’alba e tornati a casa contaminati da qualcosa di innominabile, un battito d’ali o un soffio di vento nella testa, al posto dei pensieri. Durante quell’estate Liv ascolta affascinate queste leggende raccontatele da un vecchio vicino di casa, ma non crede all’esistenza di tali forze o esseri. Quell’estate, però, in cui la ragazza compie 18 anni, accadono eventi così letali da sradicare le sue più solide e ferme convinzioni.

 

L’estate degli annegamenti, John Burnside, Neri Pozza Editore, 2016

L’ultimo arrivato – Marco Balzano

L’emigrazione nelle grigie periferie milanesi è il tema di fondo di questo terzo romanzo di Marco Balzano. La storia di Ninetto, ragazzino emigrato a soli dieci anni, la sua difficoltà ad esprimere se stesso, tratteggiato con grande umanità nel rapporto con Maddalena, la ragazzina di cui si innamora e che vuole a tutti i costi, e che resterà la compagna della sua vita, anche quando nulla andrà più per il verso giusto.
Quella che dipinge Balzano è una Milano che si trasforma, che vede avvicendarsi nelle periferie anonime dove i condomini sono “alveari”, prima gli immigrati meridionali e poi quelli odierni, senza modifiche in termini di squallore e abbandono, salvo le fabbriche che non esistono più, il lavoro scomparso per chi come Ninetto deve riprendere in mano la sua vita, dopo una parentesi lunga dieci anni in carcere.

 

L’ultimo arrivato, Marco Balzano, ed. Sellerio, 2014

Momo

L’ho trovata un caldo mezzogiorno di giugno di due anni fa; per la verità me l’hanno letteralmente messa in mano dei turisti stranieri che aggirandosi per la piazza assolata l’avevano trovata in un angolo vicino alla chiesa. Era sola, piccola, non si muoveva, e sarebbe sicuramente morta se loro non l’avessero raccolta. L’unico negozio aperto a quell’ora era il mio. Così sono entrati da me e mi hanno messo fra le mani questo batuffolo grigio. Sembrava un topino, gli occhi ancora chiusi, il musino spelacchiato con gli occhietti e il nasino rosa, le orecchie troppo grandi, sproporzionate, e una codina piccina piccina, che stava diritta come una piccola spada.

Me ne sono subito innamorata, ma era così piccola che temevo non sarebbe sopravissuta senza la sua mamma, così sono uscita e ho fatto il giro della piazza, chiedendo agli altri negozianti e perfino ai frati della vicina chiesa se per caso avessero una gatta che avesse da poco partorito. Niente, nessuno ne sapeva niente. Telefono alla mia amica veterinaria, per sapere che fare, lei mi dice che sicuramente non ha più di una settimana di vita. Posso provare a nutrirla e accudirla, ma mi consiglia anche di non illudermi, è molto difficile quando sono così piccoli riuscire a salvarli.

Così la porto a casa, e rientrando passo dal negozio per animali e compro biberon, tettarelle, latte in polvere, e mi accingo a rivivere, se pur in misura diversa, le mie maternità. Perché alla fine non è molto diverso, anche questi cuccioli hanno bisogno di mangiare ogni due/tre ore, dormire a lungo, stare al caldo e ricevere coccole e attenzioni. Il difficile all’inizio è stato farle capire che dalla tettarella usciva il latte, se solo avesse succhiato… ma come si fa a spiegare ad un gattino appena nato che deve succhiare? Lei tentava con la linguetta, poverina, ma la tettarella di gomma non è come la tetta della mamma-gatta, sicuramente più morbida! Così ho provato con una siringa senza ago, spingendo piano il latte dentro la sua bocca. Lei cacciava fuori la linguetta e tentava di leccare quel liquido caldo e dolce.

Poi finalmente, dopo numerosi tentativi, parecchie macchie di latte sulla tovaglia, spruzzi vari e miagolii disperati di questa micetta affamata, finalmente capì come doveva fare e iniziò a succhiare anche dalla tettarella. Malachia e Minou, gli altri due gatti, erano molto incuriositi da questo affarino che strillava come un gatto affamato, ma che non sembrava proprio un gatto…chissà cos’era, si saranno chiesti. Dopo un paio di annusate hanno capito che non era nulla di pericoloso, soprattutto che non attentava alle loro ciotole, né alle loro coccole, e se ne sono disinteressati.

Momo – così l’ho chiamata, come la piccola bambina protagonista dell’omonima storia di Michael Ende – mangiava ogni due ore, poi dovevo stimolarla per farle fare i suoi bisogni, come fanno le mamme-gatte, quindi la sistemavo in una grande scatola piena di morbide coperte, dove poteva dormire tranquilla, al sicuro dalle “nasate” degli altri, per lei, “giganteschi” gatti.

Dopo qualche giorno ha cominciato a riconoscere la mia voce, appena mi avvicinavo alla scatola e parlavo, anche senza vedermi mi riconosceva e cominciava a miagolare, con la sua vocina flebile ma pur tuttavia forte. Passata una settimana, ha aperto gli occhi, e verso i venti giorni ha iniziato a zampettare, prima in maniera molto buffa e comica, con le zampe larghe, la pancina gonfia dal latte appena preso che quasi toccava terra, gli unghioli anche tutti esposti. Durante il giorno la portavo con me in negozio, mi ero attrezzata, la mettevo prima in una scatola da scarpe, poi dentro una borsa di tela che appendevo al manubrio del mio motorino, e poi via, rombando fino al paese. In negozio ogni due ore la pappa, e naturalmente se entrava qualche cliente si fermava stupito e incuriosito a guardarla. Se poi c’erano dei bambini, non se volevano andare più!

Me la sono portata anche al mare in un lungo week-end a luglio, e poi ad agosto è venuta con me in vacanza in Puglia. Viaggiavo con beauty-case, omogeneizzati, croccantini, ciotoline, palline di gomma per farla divertire, e naturalmente la “sua” copertina preferita. Proprio come con un figlio… Piano piano Momo è cresciuta, e ora è una bellissima gatta adulta, anche se ancora giovane. Ha subìto però il mio imprinting, e crede io sia sua madre e lei mia figlia. Ha un comportamento, con me, diverso dagli altri gatti. Con lei i NO non esistono, quando ha bisogno della mia vicinanza e calore, DEVE venire in braccio a me, qualunque cosa io stia facendo. Talvolta mi ritrovo a lavorare al computer con una mano sola, perché con l’altra sorreggo lei che mi si è abbandonata in grembo. A volte dorme sul divano accanto alla mia scrivania, poi improvvisamente si sveglia, con quattro balzi mi raggiunge e si fionda fra le mie braccia, si accuccia lì con la testa sul mio petto, e si riaddormenta. Se ne sta così per una ventina di minuti, poi, sazia di coccole e amore ricevuto, se ne torna a farsi gli affari suoi da qualche altra parte.

E’ assolutamente fiduciosa nell’essere umano, quando la tengo fra le braccia è rilassata al massimo, sembra senza muscoli, senza tensione alcuna. E quando esco per passeggiare nella campagna qua intorno, viene con me come un cagnolino, e mi segue per tutto il tragitto, anche se lungo e stancante.

L’istinto naturale l’ha fatta comunque gatta, ed è un abile cacciatrice. Numerose sono le sue prede che ho ritrovato al mattino sparse qua e là per casa, portate come un trofeo in dono alla sua “mamma-gatta”. E nei rapporti con gli altri gatti di casa (ai primi due si è aggiunto Rusty, anche lui salvato da morte certa) il suo comportamento è normalissimo, da gatta. Una bellissima, intelligente, sana e normale gatta domestica.

Due sorelle

Sofia

Oggi mia sorella Virginia si sposa. Sposa il mio fidanzato, Paolo. Dovevo sposarlo io il Paolo, ci conosciamo fin da bambini, e ci siamo fidanzati quando avevamo 15 anni io e 18 lui. Ci siamo promessi, come si dice, e facevamo progetti, una casa tutta nostra, con il giardino, e un cane per far giocare i figli, quattro ne volevamo, due maschi e due femmine. E poi l’orto dietro casa, che le verdure fresche fan crescere bene i bambini si sa, e qualche albero da frutta anche, un melo, un pero, e poi susine e ciliegie e chissà che altro. Facevamo sogni, il Paolo ed io, e tutti lo sapevano. Lo sapevano i nostri genitori, che ci guardavano quando si andava uno a casa dell’altro per studiare, o almeno questa era la nostra scusa. Lo sapevano i nostri amici, i compagni di scuola, ci chiamavano i “fidanzatini” prendendoci un po’ in giro, ma in realtà invidiandoci. Mai un litigio, mai un dispetto, mai una mala parola fra di noi. Io non ho mai guardato un altro ragazzo, lui mai un’altra ragazza. Eravamo io e lui, sempre, e andava bene così.

Poi un giorno è arrivata mia sorella Virginia e me l’ha rubato. Io non sono mai stata granché bella: piccolina di statura, magrolina, poco seno e poche curve, capelli castani insignificanti, occhi castani. Una bella bocca, questo sì, che a Paolo piaceva baciare. E poi sono intelligente, mi piaceva studiare, leggere, un libro dietro l’altro, e con Paolo si discuteva di scrittori, di poesie, di letteratura.

Virginia invece è bellissima, alta, bionda, due occhi azzurri che paiono rubati al mare più profondo, curve al posto giusto, il seno né troppo né troppo poco, il giusto insomma. Si veste bene, le piace vestirsi, spende tutti i suoi soldi per acquistare abiti, scarpe, accessori e va spesso dal parrucchiere. Io invece mi acconcio i capelli in casa, dal parrucchiere vado quando devo tagliarli, che mi annoia passare tutto quel tempo a far nulla lasciando che altri si occupino della mia capigliatura.

Così un giorno Virginia è entrata in camera mia mentre con Paolo stavamo leggendo Neruda, e ha iniziato a parlargli facendogli gli occhi dolci. Io ho visto subito come lui la guardava, aveva cambiato espressione, e rideva ad ogni sciocchezza che lei diceva. Da quel giorno lei non mancava occasione per disturbarci quando eravamo insieme lui ed io, entrava in camera con una scusa qualsiasi, se Paolo si fermava a cena si sedeva accanto a lui e coglieva ogni occasione per sfiorarlo. E piano piano io mi sono accorta che Paolo quando veniva da noi la cercava, mi chiedeva “non c’è Virginia oggi?” fingendo indifferenza. Così oggi loro due si sposano, e io sono disperata e non so che fare!

 

Virginia

Oggi mi sposo. Sono tanto felice, sposo l’uomo che amo da sempre, Paolo, il mio Paolo. Ci conosciamo fin da bambini, andavamo a scuola insieme, e anche le nostre famiglie si conoscono da sempre e si frequentano. Per un certo periodo lui e mia sorella Sofia sono stati grandi amici, quando lei era piccola, verso i 14 o 15 anni gli stava sempre appiccicata, non lo lasciava mai in pace. Lui era più grande, ne aveva già 18 di anni, ma con mia sorella andava d’accordo e non voleva ferirla, così ci stava ad esserle amico. Gli piaceva leggere dei libri con lei, Sofia è molto intelligente e discute di letteratura, di poesie, cose che a me interessano poco. A Paolo invece piacciono anche a lui quelle cose, così capitava che passavano del tempo insieme a discuterne. Ma lei si era fatta tutto un film e andava in giro dicendo a tutti che lui era il suo fidanzato, che si sarebbero sposati, messo su casa e avuto tanti figli…figuriamoci! Proprio cose da ragazzine! Io non le davo ascolto, la lasciavo fare, e intanto mi divertivo che di ragazzi in giro ce n’erano molti che mi stavano dietro e m’invitavano ad uscire. Volevo divertirmi prima di accasarmi, non ero mica scema come mia sorella che sognava già la famigliola perfetta.

Paolo lo sapeva che tanto io ero “sua”, che prima o poi sarei tornata da lui e ci saremmo sposati. Non era geloso, anche lui si prendeva le sue libertà, eravamo ancora tanto giovani e volevamo goderci un po’ la vita prima di diventare adulti e prenderci le nostre responsabilità, che la vita non ti regala niente.

Poi un giorno l’ho visto con una donna un po’ troppo grande, e ho avuto paura, paura di perderlo. Così mi sono data da fare per recuperarlo, e non c’è voluto molto per farlo tornare da me. Mi dispiace per Sofia che ora sta soffrendo, ma lui era mio già da prima, da sempre. E oggi me lo sposo.

 

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Sofia – dieci anni

Oggi ero in cucina a fare merenda quando è arrivata Virginia con un amico, un suo compagno di scuola. “Si chiama Paolo” ha detto presentandolo alla mamma, “dobbiamo studiare insieme”, come a giustificarsi. Poi sono spariti in camera di Virginia, a studiare dice lei. Io lo so però che invece fanno altro, ascoltano musica, le canzonette che piacciono ai grandi, e poi parlano di cose da grandi. Dietro la porta chiusa li sento ridere e chiacchierare, e mi piacerebbe essere lì con loro e ridere anch’io, ma non posso lo so, sono troppo piccola. Virginia si arrabbierebbe con me e io non voglio che lei si arrabbiata, non mi piace quando è arrabbiata e mi tiene il muso. Così cerco sempre di fare la brava ed essere gentile con lei. Virginia ha quattro anni più di me, e guarda già i ragazzi. A me i maschi invece non interessano proprio, preferisco giocare con le mie amiche. Però questo Paolo amico di mia sorella è proprio bello, devo ammetterlo! Ha dei bellissimi occhi, un po’ grigi un po’ verdi, e un bel sorriso, con tanti denti bianchissimi, e quando ride la sua risata è frizzante. E’ anche gentile, mi ha scostato la sedia quando volevo alzarmi dal tavolo in cucina, e mi ha detto “prego signorina”. A me signorina non me l’aveva detto mai nessuno!… Io spero che presto si stanchino di ascoltare musica e chiacchierare chiusi in camera, e scendano di nuovo in cucina o in salotto, così posso stare un po’ con loro e guardare ancora Paolo che ride.

 

Virginia – quattordici anni

Che bello, oggi ho convinto il mio compagno Paolo a venire a casa mia. Con la scusa che dovevamo fare una ricerca per scuola mamma non si è preoccupata di fargli mille domande come fa di solito quando porto a casa un amico e ci ha lasciati salire in camera senza fare storie. Mi veniva da ridere a vedere la faccia di Sofia, la mia piccola e dolce sorellina. E’ rimasta a bocca aperta a guardare Paolo, lei che è ancora troppo piccola per apprezzare i maschi non riusciva a togliergli gli occhi di dosso. E quando lui le ha parlato è diventata tutta rossa e imbarazzata. Che ridere!

Poi Paolo ed io siamo saliti in camera e abbiamo messo su le musicassette che ci piacciono, e seduti per terra ci siamo messi a parlare di cose nostre. Lui mi piace, mi fa sempre ridere un sacco, e poi è bello, davvero bello. Non è come gli altri miei compagni tutti brufolosi, un po’ goffi, impacciati che non sanno spiaccicare una parola con le ragazze perché si vergognano. Lui no, lui è come se fosse più grande, e poi è intelligente e sa parlare di tante cose interessanti. Non che a me interessino molto queste cose di cui mi parla, ma mi piace ascoltarlo, e poi…bacia bene!

Però non deve credere che adesso siamo fidanzati, eh? Proprio no… ci sono anche altri ragazzi nella mia scuola che mi piacciono. C’è un tipo di due anni più avanti che mi guarda sempre quando passo in corridoio, e un giorno mi ha salutato. Non so ancora come si chiama, devo scoprirlo, devo chiederlo ad Aurora, lei conosce un po’ tutti lì dentro perché ha un fratello più grande. Magari vanno a scuola insieme, suo fratello e questo tipo. Glielo chiederò, così poi magari me lo presenta. Anche suo fratello non è male, magari ci potrei uscire una volta o l’altra…

La madre

Le mie due bambine le ho adorate da subito. Prima è nata Virginia, bella, bionda, delicata quanto una rosa, ma anche lei con le sue spine. Mi ha fatto dannare fin da piccola, esigente e capricciosa: se non la si accontentava erano capricci a non finire, metteva su dei musi che te li raccomando! Suo padre poi gliele dava tutte vinte. La domenica mattina se la prendeva con sé dopo la Messa e la portava al bar del Giulio dove si trovava con i suoi amici per l’aperitivo domenicale. Lei li aveva presto conquistati tutti, faceva il giro da uno all’altro che le facevano mille complimenti, e come sei bella, e come sei carina, e via dicendo. Lei si montava la testa, era inevitabile che succedesse, e diveniva sempre più esigente.
Crescendo poi le cose sono peggiorate, in un certo qual modo. Non c’era verso di farle mettere un vestito che non avesse scelto lei, o delle scarpe regalate dalle cugine più grandi, ancora nuove per carità, che certe volte le scarpe ai bambini scappano proprio via subito. Ma lei no, guai a mettere qualcosa che era già stato indossato da altri!

A scuola voleva sempre essere la prima, ma non nello studio, certo che no! prima nel banco davanti alla maestra, prima nella fila per entrare o uscire da scuola, prima sul pulmino che la portava da casa a scuola e ritorno. Prepotente, ma con la sua avvenenza le si perdonava tutto. Lei sorrideva sorniona, spalancava i suoi grandi occhi blu, e tutti cadevano affascinati ai suoi piedi.

Quattro anni dopo è nata Sofia, la sorellina. Virginia l’ha amata subito, non era particolarmente gelosa nemmeno da piccola, ha capito subito che poteva trasformare la sorellina in una sua schiavetta adorante e così è stato. Le faceva fare tutto quello che voleva – con il sorriso certo, non che le imponesse nulla – ma la piccola era come abbagliata dalla sorella maggiore, l’ammirava adorante e non sapeva sottrarsi al suo fascino.
Sofia era diversa, fin da piccola. Una bambina tranquilla, pacifica, non mi ha mai fatto perdere una notte, dove la mettevo stava. Quando c’era la sorella vicina si illuminava tutta, la guardava adorante fin da piccola. Quando ha iniziato a camminare la seguiva ovunque, con le sue gambette corte e cicciottelle cercava di tenerle dietro e quando l’altra si nascondeva o spariva dietro l’angolo, si guardava in giro smarrita chiamandola “inia?inia?” La chiamava “Inia” non sapendo ancora pronunciare bene il suo nome, e per molti anni rimase Inia per lei, un nomignolo che usava solo in casa e che Virginia tollerava solo dalla sorella.

 

Paolo

Oggi Virginia mi ha portato a casa sua. Ha detto alla madre che dovevamo fare una ricerca, in realtà siamo stati in camera ad ascoltare musica, chiacchierare, parlare di niente. Virginia mi piace, è bellissima e simpatica, a scuola le corrono dietro tutti e oggi quando hanno visto che veniva via con me erano tutti invidiosi.

La madre ci ha offerto la merenda in cucina, è stata molto gentile e mi ha fatto qualche domanda sulla mia famiglia, ma senza insistere più di tanto come fanno di solito i genitori delle ragazze quando vai a casa loro. Neanche noi fossimo dei marziani, o dei pericolosi criminali! Siamo ragazzi che vanno a scuola con le ragazze e vogliono essere amici. Tutto qua. A ogni modo quando siamo arrivati a casa sua, ho conosciuto sua sorella, Sofia. E’ più piccola, credo abbia dieci o undici anni, timida, un po’ impacciata, ma molto dolce. E anche intelligente, stava facendo merenda e ho visto che sul tavolo accanto a lei c’era un libro di Calvino. Non il barone rampante che quello l’hanno letto tutti, no, era un altro titolo… tipo le città invisibili mi sembra. Io ancora non lo conosco, quello. Chissà se è bello, glielo chiederò la prossima volta che la vedo.

Ho cercato di parlarle ma Virginia mi ha trascinato via subito e non ci sono riuscito. Domani voglio vedere se scopro in quale scuola va, che classe frequenta, mi piacerebbe parlarci un po’ con quella ragazzina. Non assomiglia a Virginia, una è bionda, alta, slanciata, l’altra è mora, piccolina, occhi scuri profondi, a modo su bella.

Per alcuni giorni non sono riuscito a togliermela dalla testa, questa Sofia. Così ho indagato un po’ e ho scoperto che viene alla nostra scuola, solo che è ancora alle elementari, frequenta la quinta classe. Ho saputo che è amica della sorellina di Luca, il mio amico, che aspetta tutti i giorni la sorella all’uscita per tornare a casa insieme. Così oggi sono andato con lui fuori ad aspettare, e come immaginavo le due ragazzine sono uscite insieme. Lei mi ha riconosciuto subito, e mi ha detto un “ciao” molto timido.

“Ciao Sofia” le ho risposto io, e la sua amichetta mi ha guardato stranita. “Ti va se ti accompagno a casa?” le ho chiesto io, senza badare allo sguardo dell’altra, che nel frattempo Luca aveva preso per mano e se la stava portando via.

“Se vuoi, va bene”. Ha risposto lei, e così ci siamo incamminati. Camminando ho iniziato a farle qualche domanda, le ho detto che avevo notato il libro di Calvino, se aveva voglia di parlarmene… lei subito ha preso la palla al balzo e ha iniziato a raccontarmi la storia, probabilmente sollevata di parlare di cose che conosceva. Ho cercato di rassicurarla, farle capire che volevo solo esserle amico, che essendo già amico di Virginia sarebbe stato bello essere amici anche noi due.

Lei poi mi ha chiesto che musica mi piacesse ascoltare, e io le ho citato alcuni gruppi che mi piacciono, i Dire Straits per esempio, e poi i Metallica, un mito per i ragazzi della sua età. Pensavo di fare colpo così, ma invece “Ma la musica classica non ti piace?” mi ha spiazzato lei invece. “Beh, sì, un po’, mi piace Mozart e Bach anche. A te?” E insomma, chiacchierando di libri e di musica eravamo arrivati a casa sua. A quel punto mi sono fatto coraggio e le ho chiesto se le andava di rivederci, magari per ascoltare un po’ di Mozart, o per leggere e discutere di qualche libro. Mi ha risposto che i suoi non le permettono di uscire da sola con un ragazzo, e questo lo capisco, ma che se volevo andare io a casa loro, riteneva che i suoi non avessero niente in contrario. Lo avrebbe chiesto alla mamma, comunque. Poi mi ha salutato ed è entrata in casa.

Io ho ripreso il mio cammino e mi sembrava di galleggiare. Non so cosa mi avesse preso, quella ragazzina mi ha aveva colpito nel profondo, più di tante belle compagne di scuola anche più grandi. Sofia aveva qualcosa di speciale che non sapevo definire ma che mi intrigava molto. Sentivo il desiderio di starle accanto, di proteggerla, ma anche di godere della sua compagnia, della sua intelligenza, della sua calma e dolcezza che mi faceva stare bene. Ovvio che fra noi ci sarebbe potuto essere altro, perlomeno per il momento, ma mi sarebbe andato bene anche solo la sua amicizia, poter trascorrere del tempo con lei. Era…ecco, rilassante. La parola giusta.

Il giorno dopo però ho dovuto fare i conti con una furia: Virginia aveva saputo e a scuola mi aveva affrontato infuriata. “Cosa credi di fare, imbecille? Mi fai le corna con la mia sorellina? Ma che sei, un pedofilo?” e via discorrendo. Ho tentato di spiegarle che non avevo cattive intenzioni, che con Sofia era stato solo un discorso intellettuale, e alla fine sono riuscito a calmarla. Spero abbia capito, perché se no saranno guai!

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Il padre

Quel disgraziato di ragazzo di Virginia si è preso una cotta per Sofia. Mia moglie dice che non è vero, ma io so che è così. Li conosco i ragazzi, si vede lontano un miglio che questo tipo ci muore dietro a Sofia. Che è ancora una bambina, porcapaletta! E io adesso cosa dovrei fare? Impedirgli di frequentare casa nostra? E come faccio, che sono tutto il giorno fuori casa, non posso mica controllare chi va e chi viene. E Giovanna, mia moglie, che dovrebbe intervenire. Ma comunque quando lo rivedo a questo Paolo gliene dico quattro, eh sì, non lascio mica correre eh. E anche Virginia comunque, perché non glielo dice lei che non è il caso che corra dietro a sua sorella? O che forse non se ne accorge? Ne dubito. Conoscendo Virginia con il suo caratterino, di sicuro gliele avrà già cantate. A meno che stia pensando di fargliela pagare in qualche altro modo… Quella sarebbe capace di tutto, di tutto ve lo dico io!

Ricordo quando era più piccola cosa ci ha fatto penare la ragazzina! E i jeans no che li portavano tutti, e la camicetta firmata sì, ma quella che voglio io non quella che volete voi. E poi “papi” mi diceva, tutta sorrisi e zucchero “me li compri quegli stivali? Ti prego papino….” E il papino si scioglieva come neve al sole, a guardarla con quel suo sorriso e quegli occhioni blu spalancati. E correva a comprarle gli stivali. Cosa non si fa per le proprie figlie, dico io. Che poi è una brava ragazza, eh, a scuola studia e prende buoni voti, certo non ottimi come Sofia, ma comunque non ha mai preso una bocciatura. E a parte queste cosucce non ha altri grilli per la testa. Non frequenta brutte compagnie, non si droga, non va in discoteca fino all’alba, non posso proprio lamentarmi, eh no.

Devo stare più addosso a Sofia, ad ogni modo. Forse si sente un po’ trascurata, lei che non è così bellina come la sorella, ma di sicuro più intelligente, forse soffre un po’ dell’attenzione che circonda Virginia, e lei si sente messa in secondo piano. Forse è per questo che quando questo Paolo le ha dimostrato attenzione, lei è caduta come una pera matura nelle sue spire, nel suo fascino. E’ una ragazzina, e i ragazzi più grandi attraggono le ragazzine come il miele le mosche. Non per niente si chiamano “mosconi”! E i mosconi ronzano, ronzano, ronzano… Ma ora ci metto io una bella carta moschicida, e poi voglio vedere!

 

Sofia – sedici anni

Paolo ed io ci siamo innamorati. Quando l’ho conosciuto avevo solo dieci anni, ma avevo capito subito che mi piaceva e che io piacevo a lui, anche se lui a quell’epoca stava con Virginia, e poi io ero piccola, ancora una bambina. Frequentavano la stessa classe loro due, e a volte studiavano insieme a casa nostra, per questo ci siamo conosciuti. Però lui ed io abbiamo capito subito che avevamo degli interessi in comune, che con Virginia invece lui non aveva. Lei è una persona diversa da me, legge poco, preferisce girare per i centri commerciali con le sue amiche, comprarsi trucchi e vestiti, mentre io preferisco frequentare le biblioteche, le mostre d’arte, e preferisco i negozi di dischi e le librerie.

Dopo qualche mese che loro due uscivano insieme, Virginia però l’ha lasciato e si è messa con un altro ragazzo, uno che giocava a basket, e poi ancora con un altro ancora, non trovava pace poverina. Paolo allora ha sempre cercato il modo di frequentarmi, mi aspettava fuori da scuola, mi accompagnava a casa, mi telefonava e facevamo lunghe chiacchierate al telefono. Sempre quando papà non era in casa però, perché quando aveva notato che Paolo mi stava intorno si era molto arrabbiato. Se l’era presa con Virginia che l’aveva portato in casa, e poi con la mamma che glielo aveva permesso, ma loro cosa ci potevano fare? Mica era colpa loro, no, se noi ci sentivamo attratti. Capivo che papà pensava da uomo, e ovviamente era preoccupato che Paolo potesse farmi del male. Fin che lui stava con Virginia, tollerava la sua presenza in casa, ma dopo…non voleva nemmeno sentirlo nominare! A mamma invece stava bene che lui mi frequentasse, aveva capito che non facevamo niente di male e che anzi mi faceva bene parlare con Paolo, mi faceva “uscire dal mio guscio” come diceva lei. Avevamo tanti interessi in comune, e vedevamo le cose allo stesso modo; leggevamo gli stessi libri e poi ne discutevamo, lui sapeva darmi buoni consigli e mi faceva capire certi autori per me ancora un po’ difficili.

Ora che sono cresciuta, anche se sono ancora giovane, papà ha accettato finalmente che noi due ci frequentiamo. Però pretende che lui venga in casa quando ci sono lui o mamma, e non mi lascia uscire la sera da sola con Paolo. Lo capisco, e lo accetto, anche se ora vorrei un po’ più di libertà. Papà è così protettivo a volte! Ma lo fa per il mio bene, lo so.

 

Virginia – vent’anni

Ieri dopo parecchio tempo ho rivisto Paolo. Poverino, come si è ridotto! Quella scema di mia sorella lo sta trasformando in un suo burattino, gli fa fare tutto quello che vuole lei. Lo trascina a vedere mostre di cui non gliene frega niente, lo porta a sentire conferenze pallosissime e soporifere, lo costringe a leggere mattoni uno dopo l’altro. Mi ha confessato che non ne può più, poveretto. E pensare che quando eravamo a scuola insieme – e ci siamo anche frequentati per qualche mese – era un tipo così allegro, disinvolto, con un sacco di amici. E’ sempre stato un tipo intellettuale, questo sì, non era uno sportivo come lo era Massimo per esempio, che passava le sue giornate a giocare a calcio e a basket. Però frequentava un bel giro di amici, la sera d’estate ricordo che si andava sulla spiaggia tutti in gruppo, qualcuno portava delle birre, qualcun altro aveva sempre una chitarra e ci si metteva a cantare e si passava la serata così, cazzeggiando. C’era chi amoreggiava, si formavano coppie, altre si disfacevano, ma si rideva e si prendeva la vita con leggerezza. Non si faceva nulla di male, ci si divertiva e basta, e Paolo era fra questi anche lui. Ora invece mi dice “devo scappare, Sofia mi aspetta, andiamo a sentire una conferenza” e aveva lo sguardo vacuo e spento, si capiva che avrebbe preferito fare tutt’altro.

E’ sempre un bellissimo ragazzo, questo per fortuna non è cambiato, e nel rivederlo ho sentito una punta di nostalgia per la nostra relazione. Allora eravamo molto giovani, ragazzi alle medie se non ricordo male, però lui mi piaceva già molto. E ora ho sentito di nuovo quell’attrazione, e avrei voluto che lui mi abbracciasse invece che salutarmi solo con un bacio sulle guance. Sarà che al momento sono single, come si dice, è da un po’ che non ho un ragazzo, ma da ieri non faccio che pensare a lui. Che però adesso è il ragazzo di Sofia… e mica posso portarglielo via, no? Però ne avrei una voglia…

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Paolo

L’altro giorno ho incontrato Virginia. Era tanto tempo che non la vedevo, da quando lei è andata a studiare in un’altra città non ci siamo più incontrati. Mi ha fatto molto piacere rivederla, è sempre bellissima come ricordavo, ma anche più matura, più…come dire, più saggia forse. Non è più quella ragazzina “matta” che ti faceva perdere la testa, si vede che è cresciuta ed è maturata, sempre allegra e disinvolta, ma anche più seria. Mi ha raccontato della sua Università, dei nuovi amici, della vita del campus, mi ha anche confessato che al momento non sta con nessuno… e a quel punto mi è venuta una punta di nostalgia per lei. Anche se eravamo ragazzini all’epoca la storia con lei è stata importante per me. Stavamo bene insieme, lei mi dava quel tocco di leggerezza che io non ho e che nella relazione con Sofia manca. Sofia è adorabile, le voglio molto bene, non c’è che dire, però a volte…sento come un peso, una fatica, mi sembra che tutto nella nostra relazione sia faticoso e richieda impegno. Sarà che Sofia è così intellettuale…per lei niente è abbastanza culturale, serio, da approfondire, studiare a fondo. Io ogni tanto vorrei un po’ più di leggerezza, anche di infantilismo se vuoi. In fondo siamo ancora giovani, no? Abbiamo il diritto anche di fare scemenze, di sbagliare, di fare cazzate. Lei invece no, si prende troppo sul serio, guai a lasciarsi un po’ andare.

Ieri poi mi ha portato a sentire una conferenza così pallosa che mi sono quasi addormentato. Non vedevo l’ora che finisse per potermene uscire, desideravo solo andare a bermi una birra e fare due tiri a freccette nel solito bar sotto casa. Invece no, perché dopo la conferenza mi ha trascinato a vedere il vernissage di quel pittore esordiente che nessuno conosce, solo lei a quanto pare, e che a mio parere non vale i soldi delle tele su cui dipinge.

A parte questo con lei sto bene, non posso negarlo, è gentile, carina, affettuosa, e con lei parliamo di tante cose e non ci stanchiamo mai di stare insieme. Però quando ho rivisto Virginia, qualcosa si è smosso dentro di me. Avevo voglia di abbracciarla, stringerla forte contro di me, sentire il suo profumo, l’odore della sua pelle e dei suoi capelli, affondare il viso nell’incavo del suo collo, un luogo così delizioso…Mi sono un po’ vergognato di me stesso, per questi miei desideri così prepotenti, e ho pensato subito a Sofia, con la sensazione di tradirla. Irrazionale, lo so, ma non ho potuto evitarlo. In questo momento mi sento un po’ confuso, sono sincero, forse devo solo prendere un po’ le distanze da entrambe per capire cosa voglio veramente.

Sofia

Da un po’ di tempo mamma non sta bene, siamo tutti preoccupati. Anche Virginia, che è tornata a casa per trascorrere un po’ di tempo con la famiglia. Ieri mamma si è sottoposta a nuovi esami, aspettiamo di conoscere gli esiti e intanto l’accudiamo come meglio possiamo. O meglio, io l’accudisco, perché alla fine tocca sempre a me occuparmi degli altri. Di papà che è spaventato all’idea che mamma possa avere qualcosa di grave, di Virginia che sembra negare l’evidenza e fa come sempre la superficiale, ridendo e scherzando come se niente fosse; anche di Paolo, che in questi ultimi giorni sento lontano e distratto, poco affettuoso. Non so cosa gli stia capitando, forse anche lui è spaventato all’idea che mamma sia grave. In fondo ormai fa quasi parte della famiglia, e mamma è sempre stata molto affettuosa con lui, gli vuole bene come ad un figlio. O forse mi vede così occupata a badare a mamma e al resto della famiglia che pensa che non abbia più tempo per lui. Non è vero ovviamente, lui è sempre al primo posto nei miei pensieri, è solo che mi sento in dovere di prendermi cura dei miei genitori, e in modo traverso anche di mia sorella.

Stamani poi Virginia mi ha proprio fatto arrabbiare, se n’è uscita che vuole portare mamma prima dal parrucchiere e poi a fare shopping. Come se fosse di quello che ha bisogno! Invece che di cure, riposo, attenzioni premurose. Mia sorella non la capisco proprio, è così egoista, pensa solo a se stessa e a ciò che le fa piacere. Edonista, ecco cos’è. Nemmeno di papà si preoccupa, dovrebbe stargli vicino e rassicurarlo come faccio io, lei invece minimizza e chiacchiera con lui di banalità tutto il tempo. Ride e scherza come se in casa non ci fosse questa atmosfera di attesa sospesa, di tragedia incombente. Solo io la percepisco? Possibile che nessuno degli altri si renda conto che potrebbe davvero essere qualcosa di grave? Come fanno a non preoccuparsi?

 

Virginia

Da quando mamma non sta bene c’è un’atmosfera cupa in casa che mi opprime terribilmente, e chi la fagocita è Sofia. Come al solito lei volge tutto in tragedia. Mamma sta male? Di sicuro è qualcosa di grave e sta per morire. Papà è triste? Sta già vivendo il lutto per la perdita. Mammamia, non la sopporto più! Oggi volevo portare mamma a svagarsi un po’, dal parrucchiere a farsi un taglio un po’ più moderno, e poi magari a comprarsi qualcosa di carino che la tiri un po’ su, poi un tè in qualche bella pasticceria del centro. Sapeste le tragedie che ha fatto! Cosa non mi ha detto! “Tu sei un incosciente, non ti rendo conto di come sta mamma! Ha bisogno di riposo, mica di andarsene in giro a fare shopping!” Neanche le avessi proposto la maratona…

E’ sempre lì che corre per casa, sta dietro a babbo che poverino non sa più come scrollarsela di dosso, sta dietro a mamma e in questo modo la fa preoccupare di più di quanto già non lo sia, e trascura Paolo (e di questo sono contenta, lo ammetto) che già mi pare non abbia più tanto interesse per lei. Non viene più tanto spesso in casa, forse proprio anche per l’atmosfera cupa che si respira qua da qualche tempo, e dato che Sofia è così occupata a prendersi cura degli altri, non vanno nemmeno più tanto in giro per le loro cose. Così io ho via libera…infatti ieri gli ho telefonato e gli ho proposto di vederci per un aperitivo in centro. Ha accettato subito, ovviamente ho preso la scusa che in casa non si respirava più per le attenzioni esagerate di Sofia, e lui mi ha dato ragione. La giustifica, ovviamente, dice che lei è così generosa che non può fare a meno di occuparsi degli altri. Va bene, lo ammetto, lei è così, però a me sembra che ci sia modo e modo di occuparsene. Anche perché francamente non si sa ancora cosa abbia mamma, non è detto che sia qualcosa di così grave, oggi anche le malattie più gravi si possono curare bene, bisogna avere fiducia nei medici e nella medicina che ha fatto grandi passi avanti.

Ma tornando a Paolo, ieri sera è stato proprio carino con me. Appena incontrati mi ha abbracciato forte, sembrava non volesse più lasciarmi andare, e poi continuava a toccarmi, mi prendeva la mano mentre mi spiegava qualcosa, mi toccava la spalla, alla fine mi ha fatto perfino una carezza sulla testa. Insomma, è stato molto affettuoso e mi è sembrato di essere tornati ai vecchi tempi, quando io e lui ci frequentavamo.

Quando ci siamo separati gli ho proposto di rivederci questa sera per cena, e lui mi ha detto “perché no”… ho pensato di proporgli di cucinare qualcosa da lui, con la scusa che sarò stanca dopo aver portato mamma in giro per compere, e che non ho voglia di uscire al ristorante. Così se saremo già a casa sua sarà più facile riconquistarlo e farlo mio!

 

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Virginia

Da qualche giorno sono tornata all’università, lasciando mamma, anche se sarei voluta starle vicina in questo periodo così difficile per lei. Alla fine è uscito che sì, ha un tumore, ma per fortuna è stato scoperto in tempo e ora la stanno curando. Però le cure la debilitano molto, non ha più forze, è sempre molto stanca e non riesce a fare nulla. Papà e Sofia le stanno vicini per fortuna, e fanno tutto loro. Io ho fatto la mia parte fino a che ho potuto, ma ora sono sotto esami e sono dovuta rientrare in sede per le nuove sessioni. Appena mi libero ritornerò a casa.

Con Paolo gli ultimi tempi prima che mamma si ammalasse sono stati belli, ci siamo rivisti parecchio all’insaputa di Sofia, che ha continuato a pensare che lui stesse con lei. Lo considera il suo fidanzato, anche se lui non ha mai parlato di fidanzamento o altro. E’ così ingenua la mia sorellina! Mi fa tenerezza… Se non impara a farsi un po’ di corazza soffrirà parecchio nella vita. Io invece non mi faccio illusioni di uomini è pieno il mondo, e anche se Paolo mi piace molto, non mi considero fidanzata o impegnata più di tanto. Voglio ancora divertirmi, godermi la vita, fare esperienze.

Però qualche giorno prima di ripartire l’ho visto per caso con una donna più grande. Camminavano per strada e lei lo teneva sottobraccio. Lui sembrava interessato a lei, le parlava e le sorrideva, era tenero si vedeva. Poi sono entrati in una caffetteria e dalla vetrina li ho visti che si sedevano a un tavolino e parlavano fitto, le teste vicine. Ho provato una punta di gelosia, avrei voluto essere io quella donna. Sarei voluta entrare e affrontarlo, ma con che diritto? Non ho diritti da far valere con lui, non siamo fidanzati né promessi. Anche se io so che lui ci tiene a me, così come io tengo a lui. So che siamo destinati a stare insieme in futuro. Ora con mamma in quelle condizioni non ho proprio la testa per pensare a riconquistarlo. Però quella donna m’impensierisce, non è Sofia che è una ragazzina ancora, e poi è mia sorella e la conosco bene. Questa donna non so chi sia, cosa pensi, cosa voglia da lui, si vede che è più grande di lui ma non così tanto da essere altro. Non certo sua madre, o una sua insegnante, questo no. Avrà quattro o cinque anni più di me, e quindi pericolosa. E’ anche molto bella, affascinante, ha un certo non so che attrae, forse è il modo di porsi, di sorridere, le fossette che le appaiono quando sorride, i capelli voluminosi e lucenti, appena mossi. E’ bella, non c’è che dire. Ed io qui mi rodo, a essere lontana e non sapere come stanno le cose. Non posso competere se non sono presente. Dovrei forse parlare a Sofia, metterla in guardia così che sia lei intanto a tenere d’occhio Paolo, se rimane legato a lei, corro meno il pericolo di perderlo per quest’altra donna. O per qualche altra, se è per questo. Gli uomini, si sa, sono per natura poco fedeli, e basta un niente a far girare loro la testa.

Appena avrò dato questi esami ritornerò a casa, oltre ad occuparmi di mamma e dare il cambio a Sofia e a papà, riprenderò i contatti con Paolo e cercherò di capire come stanno le cose. Se si vede ancora con “lei”, o se vede altre donne, e agirò di conseguenza. Lui è mio, lo è da sempre, e sempre lo sarà.

 

La madre

Da quando mi sono ammalata le mie figlie mi sono state molto vicine entrambe. Anche Virginia, che solitamente sempre così superficiale e “farfallina” in realtà era preoccupata per me e si è rivelata assai premurosa e attenta ai miei bisogni. Ora è dovuta ripartire perché aveva la sessione di esami, ma mi ha promesso che tornerà subito non appena terminato. Ho cercato di rassicurarla, dirle che non c’è bisogno, che c’è già papà e sua sorella che si prendono cura di me, ma lei non ha voluto sentire ragioni. So che tornerà, è così cara, si sta rivelando assai matura e saggia malgrado una sua apparente leggerezza. Sono molto fiera di lei, di loro due.

Di Sofia non ne parliamo, non mi lascia un momento, è sempre qui accanto a me, premurosa e sollecita come solo lei sa essere. Quasi troppo, temo che si dia troppa pena e rinunci alla sua vita per badare a me. Sta trascurando gli studi, e questo mi dispiace molto, lei che è sempre stata così studiosa. Una cosa positiva però c’è stata, e cioè che ha lasciato perdere un po’ quel suo amico Paolo. Sofia quando fa qualcosa si butta a capofitto fino in fondo, non ha mezzi termini, non si accontenta di un’amicizia, no per lei lui era già il suo fidanzato, si vedeva già proiettata con l’abito bianco da sposa. Così giovane! Sarà che è ancora immatura, sarà il suo carattere, non so, ma la cosa mi preoccupa un po’. Perché quel giorno che dovesse incontrare un mascalzone cadrebbe dritta nelle sue braccia! Spero che con il tempo maturi un po’ e si faccia un po’ più realista e pragmatica. Noi, suo padre ed io, cerchiamo di metterla in guardia, le parliamo continuamente dei pericoli della vita, dell’essere troppo disponibili con gli altri, di farsi un po’ più scaltra, ma lei proprio non riesce a vedere il male dietro le azioni degli altri.

 

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Virginia

Da quando ho scoperto che Paolo si vede con un’altra donna sono come impazzita di gelosia. So che è colpa mia, ho giocato troppo a lungo con lui, e ora ne sto pagando le conseguenze. Lo ammetto, ho paura di perderlo per sempre, tengo troppo a lui per rinunciare. Mi fa male il cuore, quello posteriore come dice Eshkol Nevo; mi fa male lo stomaco, si stringe in una morsa che mi procura dei crampi terribili; la notte non dormo più, mi rigiro nel letto e i pensieri si rincorrono come cavalli imbizzarriti, lasciandomi al mattino a pezzi e frastornata dalla notte insonne. Non so come ho fatto a terminare gli esami che dovevo ancora dare, è stato un miracolo se sono riuscita comunque ad ottenere buoni voti. Poi sono tornata a casa, mamma sta meglio per fortuna, ma chi ora sta male sono io. Sto facendo cose pazze! L’ho cercato al cellulare ma lui non mi risponde, non vuole più parlare con me a quanto pare. Così qualche notte fa sono stata per ore nascosta nel suo portone, aspettavo che rincasasse per parlargli, c’era puzzo di chiuso, di minestrone, e quando qualche inquilino entrava o usciva mi nascondevo nel vano delle scale della cantina. Non mi ha visto nessuno, mi sono seduta sui gradini e ho aspettato, aspettato, aspettato. Faceva freddo, mi sono stretta nel giaccone e ho avvolto la sciarpa fin sulla testa. Ma di Paolo nemmeno l’ombra. Non è rientrato, di sicuro ha trascorso la notte con “lei”. Verso mattina sono rientrata a casa, infreddolita e con le ossa rotte. Mi sono buttata sul letto e sono piombata in un sonno senza sogni.

Però non mi sono arresa, la sera dopo mi sono appostata davanti alla casa di lei, sul marciapiedi di fronte, un po’ nascosta da una edicola di giornali. Faceva molto freddo, ma memore della notte precedente mi ero coperta ben bene, avevo messo perfino gli stivali con il pelo, quelli che uso quando andiamo in montagna in inverno. Le luci di casa sua erano accese, so qual è il suo appartamento perché Sofia ha saputo come si chiama e ho letto il nome sul campanello. Ad un certo punto l’ho visto arrivare, era sicuramente Paolo, ho riconosciuto la sua camminata così tipica. Non ha nemmeno suonato, ha aperto il portone con la chiave ed è entrato. Poco dopo l’ho intravvisto dalle finestre, si sono abbracciati e spostati in un’altra stanza. Sono rimasta lì a lungo, cercavo di capire dai loro movimenti cosa stessero facendo, la gelosia mi rodeva dentro, di sicuro hanno cenato e bevuto, poi le luci si sono abbassate e ho capito che si erano ritirati in camera da letto. Avrei voluto dare fuoco alla casa, mettere una bomba, chiamare la polizia e dire che c’era un terrorista… mille pensieri mi hanno attraversato la mente, vedevo mille soluzioni una più assurda dell’altra. Volevo solo che lui uscisse da quella casa, per non tornarci mai più.

 

Sofia

E’ tutta colpa di Virginia. Da quando si è messa in mezzo fra me e Paolo, le cose hanno iniziato ad andare male. Mi sono accorta che lui non era più così premuroso con me, trovava scuse per non accompagnarmi quando gli proponevo un film, una mostra, una conferenza. Ho sperato che non fosse vero, che la mia fosse solo una sensazione, ma poi un pomeriggio uscendo dalla biblioteca comunale li ho visti, camminavano a braccetto e Virginia se lo teneva ben stretto. Sono entrati in un bar e lei rideva buttando indietro la testa come fa quando vuole conquistare qualcuno. Li ho raggiunti fingendo di passare di lì per caso, erano seduti ad un tavolino e lei si chinava in avanti con la camicetta sbottonata, lasciando intravvedere tutto. Mi sono vergognata per lei che usa quei mezzucci per riprendersi Paolo, per poi magari buttarlo nuovamente via quando si sarà stufata. Quando mi hanno vista, mi hanno invitata a raggiungerli, naturalmente fingendo indifferenza, ma io vedevo bene che lui era in imbarazzo. Virginia no, anzi si divertiva in quella situazione, giocando con i nostri sentimenti. In quel momento l’ho odiata. Una volta a casa l’ho affrontata, ma lei ha negato tutto. “Ma che ti viene in mente? Guarda che ci siamo incontrati per caso. Dai piccola, non sarai mica gelosa eh?

Certo che sono gelosa, avrei voluto risponderle. Come faccio a non essere gelosa di te, che sei più bella, più disinvolta, più disinibita di me, e che mi stai rubando il fidanzato senza pensarci due volte, solo per il tuo piacere di distruggere qualcosa di bello che tu non hai e non puoi avere.
Ora però ho avuto la mia vendetta: ho fatto in modo che Virginia sapesse che Paolo ora frequenta un’altra donna, e adesso è il suo turno di essere gelosa. Da quando è tornata a casa e l’ha saputo, non si dà pace, incapace di accettare la sconfitta. Passa le notti al freddo a spiarli davanti a casa loro, lo tempesta di telefonate alle quali lui non risponde, si aggira nei suoi bar soliti sperando di incontrarlo. Mi sa che fra poco Paolo dovrà chiedere un provvedimento restrittivo nei suoi confronti!

 

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Paolo

Anche oggi ho intravvisto Virginia che mi seguiva, come fa da diverso tempo ormai. Mi fa tenerezza poverina, si vede lontano un miglio che soffre, è gelosa da morire. Si apposta sotto casa mia o sotto casa sua, mi segue nei bar che sa frequento di solito fingendo di capitare lì per caso, qualche notte l’ho beccata a rimanere per ore fuori al freddo per spiarci in casa, sperando di vedere chissà che, o sperando forse si sbagliarsi e che io uscissi per parlarmi. Mi cerca spesso al cellulare, ma io o non rispondo, o se rispondo taglio corto e sono piuttosto freddo con lei. Mi dispiace che stia soffrendo, ma era ciò che un po’ speravo.

La verità è che stata lei la prima a lasciarmi, dopo avermi fatto innamorare di lei, e in seguito si è messa anche fra me e Sofia, anche se con Sofia avrebbe dovuto capirlo che non era una cosa seria. Con Sofia ci stavo per poter frequentare ancora casa sua, per vederla ogni giorno o quasi, per starle comunque vicino. Ho sempre sperato che tornasse da me, perché chi mi è sempre piaciuta, chi mi è entrata dentro, sottopelle direi, è proprio lei. E sarà lei per sempre, solo che lei ancora non lo sa.

Ci tengo a tenerla ancora un po’ sulla corda, sono certo che non mollerà la presa tanto facilmente. La conosco molto bene, fin da quando eravamo bambini in fondo, so che quando vuole qualcosa è testarda e non molla fino a che non riesce ad averla. Sarà così anche con me, o perlomeno glielo lascerò credere. Lei a giocato con me? Bene, ora sono io che gioco con lei. Ho temuto quando sua madre si era ammalata, perché allora l’ho sentita veramente distante, preoccupata, concentrata solo sul benessere di sua mamma. Ma poi per fortuna lei si è ripresa, tant’è che Virginia era tornata all’università per terminare gli studi. L’ho sempre tenuta d’occhio da lontano, ho le mie “spie” fra i miei amici, e sapevo sempre dov’era e cosa faceva. Così quando Elettra mi ha annunciato che sarebbe venuta a lavorare in città per uno stage di sei mesi, ne ho approfittato. Elettra ed io siamo quasi fratello e sorella, lei era stata data in affido ai miei genitori quando io ero bambino, siamo praticamente cresciuti insieme. Abbiamo condiviso l’infanzia, i giochi, le litigate, mamma e papà. Quando è arrivata qui, le ho spiegato la situazione e lei si è prestata ben volentieri a fingersi la mia attuale fidanzata. Dietro le tende le sera spiavamo Virginia che ci spiava, un gioco reciproco, e ridevamo della sua gelosia. Un po’ cattivelli, lo ammetto… ma talvolta ci vuole un po’ di cattiveria, con certi caratterini. A maggior ragione perché a quella donna io ci tengo veramente. Mi è spiaciuto non poterlo dire a Sofia, avevo paura che la ragazza si tradisse e rivelasse tutto alla sorella. In fondo le due sono molto legate, e probabilmente la lealtà verso sua sorella alla fine avrebbe prevalso. Vedendola soffrire di gelosia si sarebbe lasciata scappare la verità, e allora addio progetto di recuperare il mio amore! Perché io voglio riavere Virginia, tutta e sola per me. La voglio sposare, costruire con lei il mio futuro, avere dei figli e crescerli insieme.

Devo giocare bene le mie carte, per portare a termine il mio progetto. Elettra rimarrà qui ancora un paio di mesi, ma non voglio tirare troppo la corta, non vorrei che alla fine Virginia si rassegnasse e decidesse che io non le interesso più. Devo fare in modo che continui a desiderarmi, per potermi poi offrire a lei, come se fosse stata lei a scegliermi. Psicologia pura!

 

Sofia

Povera Virginia, si sta struggendo veramente per Paolo, che nel frattempo se la gode con un’altra donna. All’inizio ero contenta, mi stavo vendicando di lei, ma ora mi sembra che Inia abbia capito di aver sbagliato e sia pentita di averci fatto soffrire. Perché sono sicura che anche Paolo abbia sofferto, quando lei se l’è ripreso rubandolo a me. E forse è anche giusto che sia andata così, forse Paolo non era la persona giusta per me, ora ho incontrato un altro ragazzo con il quale sto molto bene, abbiamo un po’ gli stessi gusti e interessi ma anche cose che ci piace fare ognuno per conto proprio. Spero che questa storia continui, io ho imparato a viverla con leggerezza maggiore di quanto non facessi con Paolo, e forse così eviterò di ripetere gli stessi errori.

 

Virginia

Basta, non ne posso più! Non ne posso più di stare fuori al freddo la notte sperando di incrociare Paolo, non ne posso più di seguirlo nei bar fingendo di capitare lì per caso, non ne posso più di questa gelosia che mi rode dentro. Voglio un po’ di pace! Ho capito di aver sbagliato, prima nel “rubare” Paolo a Sofia, poi nel lasciarlo nuovamente per uscire con altri ragazzi, e ora che lo rivorrei lui sta con un’altra. Forse è la lezione che dovevo imparare, che nella vita non tutto si può avere e che soprattutto non si possono obbligare le persone ad amare chi vogliamo noi. Devo dirglielo, devo trovare il modo di parlargli e dirgli che mi dispiace, che mi pento di aver fatto soffrire sia lui che Sofia, e che ho imparato la lezione. Poi lo lascerò andare. Per sempre.

 

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Epilogo

Sapevo che di domenica Paolo va sempre a pranzo dai suoi genitori, così mezz’ora prima con una scusa mi sono presentata a casa loro. Ero certa che in questo modo l’avrei potuto incontrare e parlargli, finalmente. Sua madre è stata felicissima di vedermi, mi ha perfino chiesto di fermarmi a pranzare con loro, ma ho detto che non potevo volevo solo parlare con Paolo, l’avrei aspettato se a loro non davo fastidio. “Ma che fastidio! Siamo felici di rivederti.” Ha aggiunto suo padre alzandosi dal divano per venire ad abbracciarmi. Tutti molto gentili e affettuosi, come sempre. Poi è arrivato Paolo. Una grande emozione nel trovarmelo finalmente di fronte, mi sono trattenuta a stento dall’abbracciarlo. “Devo parlarti Paolo, seriamente.” Gli ho solo detto. Lui ha capito, mi ha preso per mano e siamo usciti in veranda.

Lì ho aperto il mio cuore, gli ho detto di quanto ero stata sciocca, prima per averlo lasciato andare anni prima, poi per aver fatto del male a Sofia riprendendo la relazione con lui. Poi mi sono scusata per il mio comportamento degli ultimi tempi, quando rosa dalla gelosia l’ho seguito ovunque, mi sono appostata qua e là per spiarlo insieme alla sua nuova “fidanzata”. Gli ho spiegato che non volevo fare del male a nessuno, che ero sempre stata innamorata di lui ma come una sciocca avevo voluto giocare, certa di poterlo riavere quando lo avrei voluto. Non mi rendevo conto che così giocavo anche con i suoi sentimenti, e con quelli di altre persone, e mi sono vergognata di me stessa. Non avevo giustificazioni, se non che in quel periodo ero superficiale e non riflettevo sulle mie azioni come invece poi ho imparato a fare. Gli ho chiesto di perdonarmi, se poteva, e di chiedere scusa anche alla sua nuova compagna, alla quale auguravo ogni bene.

A quel punto è successa una cosa strana, Paolo mi ha preso fra le sue braccia e mi ha baciata. Un bacio lungo, tenero e appassionato allo stesso tempo. Non capivo…mi sono staccata da lui e l’ho guardato negli occhi. Sorrideva, non mi lasciava andare, mi ha stretta più forte e mi ha baciato ancora. Allora mi sono lasciata andare al suo abbraccio e ho ricambiato quel bacio che sigillava…cosa? Ancora non lo sapevo, ma era bello essere lì in quel momento.

Sei una sciocchina! Proprio una sciocca ragazza, non hai ancora capito che io amo solo te? Sei sempre esistita solo tu Virginia.”

E mi ha rivelato l’inganno, chi fosse Elettra, e di come aveva voluto darmi una lezione. Non sapevo se ridere o piangere, se arrabbiarmi o sentirmi offesa per la presa in giro, per le tante ore insonne e il gelo notturno subito… Ma di nuovo lui mi ha baciato e non ho fatto nulla di tutto questo. Ho sentito una grande pace scendere dentro me, mi sono sentita come fossi diventata liquida, avevo abbassato tutte le difese, la mia corazza era andata in pezzi, letteralmente. Ho capito che era così, che lui mi amava, che io amavo lui, e niente e nessuno avrebbe potuto più separarci. Non avevo più bisogno di difendermi dal mondo esterno, ora c’era Paolo accanto a me e insieme avremmo affrontato tutto, la nostra nuova vita si apriva davanti a noi.

Sposami, Virginia. Voglio trascorrere con te il resto della nostra vita, costruire una famiglia, crescere e vivere con te. Sposami!”

Non sono riuscita a parlare, l’ho solo baciato e annuito commossa. Poi lui mi ha preso per mano e siamo rientrati in casa, mi ha trascinato in cucina dove due stupiti genitori ci osservavano, esclamando “Virginia ed io ci sposiamo!”

Ma che bella notizia! Evviva” Esclama la madre abbracciandomi. “Dobbiamo festeggiare, apro subito una bottiglia di quel buon vino che tenevo da parte.” Aggiunge suo padre avviandosi verso la cantina.

Io ero ancora frastornata, in un lampo tutto era cambiato. Ero venuta lì per umiliarmi, chiedere scusa, lasciare Paolo per sempre e invece mi ritrovavo sua prossima sposa. Ma questa è la vita, ho pensato, che ti cambia le carte in tavola quando meno te l’aspetti.

O forse quando finalmente iniziamo a capire. Capire noi stessi per prima cosa, accettando di noi anche quelle parti che nascondiamo perché non ci piacciono, perché ci è stato detto che non era bello mostrare quei sentimenti, non era giusto provare certe emozioni. E allora diventiamo altro da noi, ci comportiamo come gli altri si aspettano, soffocando i nostri veri impulsi, i nostri veri sentimenti. Ora finalmente l’avevo capito, anche grazie al mio amore, e da quel momento ho promesso a me stessa che avrei cercato sempre di essere fedele prima di tutto a me stessa.

 

Villa Mafalda

Una vecchia villa sulla scogliera, isolata e spazzata dal vento dell’oceano. Una pensione vecchio stile, dove vari personaggi si ritrovano per un periodo di vacanza e dove accadrà un mistero da risolvere.

 

L’arrivo dei primi ospiti

L’automobile correva veloce su quelle strade di campagna terrose, sollevando dietro di sé una nuvola di polvere. Sulla destra filari di viti si susseguivano intervallati da qualche pino marittimo e alte conifere, mentre dall’altro lato rumoreggiava il mare in burrasca. Dopo una curva all’improvviso apparve: la villa antica che sarebbe stata la loro casa per le prossime tre settimane. Una vacanza che i Brigton si regalavano ogni anno, lasciando la fredda e umida Inghilterra per il caldo e luminoso mediterraneo. Elisabeth sorrise nel vederla apparire, e strinse la mano del marito, che le sorrise di rimando.

Arrivati davanti alla villa vennero accolti dai proprietari, i due anziani coniugi Amedeo e Clotilde, sempre molto gentili e premurosi. Anche per loro i due inglesi avevano continuato a frequentare quel luogo, non amavano la confusione e trovavano gli italiani in generale troppo rumorosi, mentre questa coppia aveva il savoir faire tipico anglosassone a cui erano abituati.

Li accolsero infatti con un grande sorriso non appena scesero dalla vettura, noleggiata all’aeroporto di Roma, e mentre Amedeo con il garzone, accorso sollecito ad un suo cenno, toglievano le valigie dal cofano, Clotilde già si avviava all’interno prendendo sotto braccio Elisabeth e chiedendo ragguagli sull’anno appena trascorso dalla loro ultima venuta. John, il marito, si informò invece sugli altri ospiti che avrebbero condiviso con loro il soggiorno.

Dalla loro camera, la più grande e la più bella della vecchia villa, si poteva godere una magnifica vista del mare e della costa in lontananza, punteggiata di case arrampicate sulla scogliera. Un piccolo terrazzino permetteva loro di godere della desiderata privacy, se non avessero voglia di condividere dei momenti con altri ospiti. In alternativa potevano sempre scendere nella magnifica loggia coperta, che permetteva di soggiornare all’aperto anche in caso di pioggia o tempo uggioso. Che si sperava non ci sarebbe stato, perlomeno in quelle poche settimane che si concedevano ogni anno.

Giunta la sera i due coniugi, cambiatesi d’abito dopo essersi riposati e rinfrescati, scesero nel salone trasformato nella sala ristorante. Pochi tavoli, un paio di questi già occupati, Amedeo accompagnandoli a quello a loro destinato – il più bello accanto ad una ampia vetrata – si fermò a fare le presentazioni.

“La signorina Barbara Sforza” disse presentando una bella donna, non più giovanissima ma ancora molto piacente, elegante nell’abbigliamento ricercato ma che lasciava intravvedere dei tratti un po’ volgari ed eccessivi.

“Viene da Milano, e ha lavorato anche nel cinema, non è vero signorina?” aggiunse ammiccando.
“Sì è vero, – ammise lei con falsa modestia – ma era solo una particina. Mi sarebbe piaciuto anche fare del teatro, ma sapte com’è, la vita non sempre va come si desidera.”
“Non faccia la modesta!” intervenne l’uomo grasso e un po’ laido che sedeva al tavolo nell’angolo.
“Vi presento il signor Marino Pintone” subito lo presentò Amedeo.
L’uomo era quasi del tutto calvo, obeso, vestito con un completo marrone che la signora Elisabeth giudicò assai poco elegante, ritenendo il marrone un “non-colore” assolutamente da non utilizzare. Mangiava a quattro palmenti, dando l’impressione di gustare veramente il cibo che trangugiava. L’impressione totale era piuttosto disgustosa.

Con un breve cenno del capo i due inglese salutarono e si presentarono, dopo di che si accomodarono al loro tavolo, fortunatamente ben lontano da quello dov’era seduto l’uomo. Avevano entrambi delle riserve, e non avevo bisogno di raccontarselo a voce, bastava lo sguardo che si erano scambiati quando era stato loro presentato. Lo ritenevano il classico esemplare di uomo volgare, sporco, dozzinale, forse anche losco dal quale stare bene alla larga.
Al contrario la signorina Barbara aveva ben colpito l’immaginazione del pacifico John, che le lanciava lunghi sguardi di sottecchi, certo di non essere visto dalla moglie. Che invece l’aveva notato eccome, solo che da signora qual era – o quale riteneva di essere – non voleva redarguire il marito in pubblico ma aspettare di essere tornati in camera per farlo. Non che temesse chissà quale tradimento, ormai con gli anni si sentiva al sicuro da “certe cose”, ma la infastidiva che gli altri pensassero di suo marito che fosse un marpione, uno che correva dietro a tutte le sottane. Perché proprio non lo era, certo che no! Era stato un buon marito, si era sempre comportato bene con lei e con i loro due figli, affettuoso e premuroso, lavoratore indefesso non aveva fatto mancare nulla alla sua famiglia.

Invece quel signor Pintone proprio non le piaceva… avrebbe dovuto stare in guarda e tenerlo d’occhio. Soprattutto tenerlo bene a distanza.

 

Altri ospiti e vecchie conoscenze

La mattina seguente la giornata si presentava al mondo in tutto il suo splendore. Il mare, che il giorno prima era ancora un po’ burrascoso in seguito ad una tempesta, quel mattino era calmo e luccicante, e trasmetteva una sensazione di pace. I coniugi Brigton decisero che avrebbero trascorso la mattinata in piscina, leggendo e riposando, ed Elisabeth avrebbe fatto anche una bella nuotata.

La villa si ergeva sulla punta di una scogliera, e una lunga scalinata la collegava ad una piccola spiaggetta privata. A metà della scalinata i proprietari avevano fatto costruire la piscina, che si affacciava sul mare come una terrazza. Quando si era dentro l’acqua e si guardava l’orizzonte, non si vedeva altro che il blu dell’acqua e del cielo. Un luogo magnifico, solitario e appartato, proprio di gradimento degli ospiti della villa che desideravano privacy e tranquillità.

Poco dopo il loro arrivo in piscina, li raggiunge la signorina Barbara, splendida in un bikini rosso fuoco. Il signor Brigton non nascondeva di esserne attratto, ed Elisabeth pur se infastidita cercava di non darlo a vedere, anzi salutò cordialmente la signorina Barbara e si mise a chiacchierare con lei. Da tempo aveva fatto suo il motto che se non puoi battere i tuoi nemici meglio farteli amici.

Mentre le due donne chiacchieravano sulle sdraio a poca distanza una dall’altra, e John fingeva di leggere il suo romanzo dal quale poteva occhieggiare senza essere visto (o almeno lui credeva) la bella Barbara, sentirono qualcuno avvicinarsi dalla scalinata. Era un giovane, alto e moro, slanciato e con un fisico da adone. Si vedeva che frequentava le palestre, ma senza esagerare, i muscoli tesi e lisci, abbronzato, con un costume che nascondeva ben poco del suo magnifico corpo.
Si avvicinò agli altri ospiti e si presentò: “Bastia Daniele, piacere di conoscervi bella gente.”
“Anche lei qui in vacanza?” chiese Elisabeth dopo essersi presentata con il marito.
“Esatto signora, mi piace molto questa villa, così demodé”.
E si sdraiò su un lettino proprio accanto a quello di Barbara. “E lei che fa di bello, splendore?”
“Mi abbronzo, non lo vede?” rispose lei un po’ piccata per come era stata interpellata. Al suo apparire il giovanotto l’aveva colpita, non poteva negarlo, ma appena lui aveva aperto bocca si era sentita delusa. Lo giudicò egocentrico, il classico macho che crede di avere tutte le donne ai suoi piedi solo perché bello e aitante. Decise subito di tenerlo a distanza. Così si alzò e senza por tempo di mezzo si buttò in acqua. Elisabeth a quel punto decise di seguirla, e lasciò i due uomini a fare conoscenza reciproca.

Più tardi tutti e quattro tornarono nelle proprie camere per cambiarsi e ritrovarsi nella sala da pranzo. Qui trovarono una nuova coppia seduta ad un tavolo all’angolo. Subito Amedeo accorse e presentò i nuovi ospiti.

“Avete già conosciuto Daniele, ho visto. Loro invece sono i signori Tritone, Bianca e Massimo. Vengono da Torino, ed è la prima volta che vengono nostri ospiti, nevvero?”
“Sì è così” – rispose il signor Tritone – “volevamo provare qualcosa di nuovo. Speriamo di non restare delusi.”
Il suo tono non era per niente piacevole, e lasciava sottintendere una persona difficile da trattare, esigente e un po’ “rompiscatole”, per dirla tutta.
Infatti durante tutto il pranzo sollecitò più volte il povero Amedeo che dovette correre avanti e indietro dalle cucine per accontentarlo. La pasta era troppo cotta, adesso lo era troppo poco, la carne troppo salata, le verdure poco condite… Insomma, non andava bene proprio niente!

All’altro tavolo Pintone mangiava a quattro palmenti come suo solito, a lui andava bene tutto e sembra gradire assai il cibo che Amedeo portava in tavola. Anche Daniele mangiava con gusto, e tentava di intavolare una conversazione con la bella Barbara, seduta a poca distanza, me le sue parole cadevano nel vuoto. Lei sembrava pensierosa, piluccava distrattamente il cibo, ed era pallida e tesa.
Era sbiancata quando entrando nella sala da pranzo aveva visto seduti i coniugi Tritone. Lui le riportava alla mente un periodo del suo passato che non voleva ricordare, e sperava che lui non l’avesse riconosciuta. Ma dagli sguardi che lui le lanciava di tanto in tanto ne dubitava, e temeva cosa sarebbe potuto succedere. Era indecisa se interrompere il suo soggiorno e ripartire o sperare che nulla accedesse continuando a fingere di non averlo riconosciuto e nel caso negare decisamente.

Terminato che ebbero di pranzare i coniugi Brigton si recarono in camera per riposare. Nel pomeriggio intendevano fare un giro nel paese vicino, vedere un po’ di negozi, prendere un aperitivo in riva al mare, vacanza insomma. Anche Barbara si recò nella sua camera, per sfuggire ai tentativi di seduzione di Daniele e agli sguardi del signor Tritone, al pericolo di incontrarlo troppo da vicino. Il signor Pintone invece sparì non si sa dove, e i nuovi ospiti si recarono sulla veranda per prendere il caffè e fumare.

 

Il passato che ritorna

La sera era tiepida e senza vento, il mare tranquillo sciabordava ai piedi della scogliera, e il cielo aveva raggiunto quella tonalità indefinibile che segue il tramonto del sole e precedere il buio della notte. Gli ospiti della villa dopo aver cenato si erano sparsi qua e là, chi come i coniugi Brighton e Barbara sulla veranda per godersi un sigaro e il fresco della serata, chi come i Tritone e Pintone nella saletta con televisione per seguire il telegiornale, non riuscendo a restare lontano dal mondo a lungo. Nel tardo pomeriggio Barbara ed Elisabeth accompagnate da John si erano concesse un giro per le varie boutique del centro storico del paese, seguito dall’aperitivo gustato in un bar in riva al mare. Barbara aveva fatto di tutto per stare lontana dalla coppia Tritone, temeva che prima o poi ci sarebbe stato un confronto fra di loro, e la compagnia di Elisabeth la metteva un po’ al riparo da quel rischio. Rientrando alla villa avevano incrociato Pintone, che evidentemente aveva anche lui scelto una passeggiata in paese nel pomeriggio, mentre Daniele era rimasto ad abbronzarsi a bordo piscina.

Ora si era avvicinato a Barbara e alla coppia inglese, cercando evidentemente compagnia. Malgrado i suoi modi un poco rozzi non era una cattiva persona, e dopo un po’ la conversazione aveva preso una piega leggera e divertente. Daniele raccontava delle sue avventure in palestra, descrivendo i vari tipi che la frequentavano con arguzia e ironia, facendo ridere di cuore le due donne.

“Anche Pintone avrebbe bisogno di andare un po’ in palestra, non trovate?” disse sottovoce quando l’interpellato fece la sua apparizione sulla veranda. “Allora Pintone, che è successo oggi nel mondo? Ce lo racconta?

“Buonasera bella gente, mah niente di speciale, le solite litigate al governo, i soliti sproloqui di quel tale in America che crede di comandare tutto il mondo, le solte cose insomma!” rispose lui accomodandosi e accendendosi un sigaro.

In quel mentre apparvero sulla veranda anche i coniugi Tritone, e salutando tutti lui si rivolse a Barbara chiedendole “Ma noi ci siamo già conosciuti per caso? Lei ha un viso che mi è famigliare…”

“Non credo proprio sa, a me lei non dice nulla” rispose brusca lei. “E ora scusatemi, ma sono stanca e preferisco ritirarmi. Buonanotte a tutti.” E così dicendo si alzò dirigendosi verso l’interno della villa.

“Scusatemi ho scordato le sigarette nella sala tv” aggiunse a quel punto lui “torno subito.”
Corse dentro e salì le scale cercando di raggiungere Barbara, che stava per entrare nella sua camera.

“Adesso non puoi negare però, mia cara. Sono sicuro che sei tu, ti ho riconosciuta subito!” Quasi l’aggredì con le sue parole sibilate facendola sussultare. Si girò terrea in volto.
“Per carità, non dire nulla. Nessuno qui sa del mio passato. E poi è passato tanto tempo!”
“Se vuoi che stia zitto fammi entrare…”
“No, assolutamente no. Non sono più quella di allora.”
“Non raccontarmi storie, lo so che le persone non cambiano, e poi ti piaceva eh… non dire di no!”

La prese per un braccio e cercava di spingerla all’interno della camera. Barbara faceva resistenza, ma non era forte quanto lui e stava per farsi sopraffare. In quel mentre sentirono salire qualcuno per le scale, era Clotilde, la proprietaria della villa.

“Buonasera, come va? Tutto bene? Signor Tritone vero? è tutto a posto?” chiese sollecita, senza immaginare che il suo arrivo aveva salvato Barbara dall’aggressione di Massimo. Il quale l’aveva immediatamente lasciata libera, e lei si era affrettata ad entrare e chiudere ben bene a chiave la porta.

Poco più tardi sentì un fruscio e ancora spaventata guardando verso la porta vide un biglietto che veniva infilato sotto di essa. Raccolto lo aprì, e lesse: Se non vuoi che racconti a tutti chi sei, domani pomeriggio alle 14 quando mia moglie va a riposare aprimi la porta e fammi entrare!

Lesse e rilesse quelle parole, era proprio quello che temeva. Il suo passato l’aveva raggiunta, e ora non sapeva come potergli sfuggire nuovamente. Era successo tanto tempo fa, quando giovane studentessa si era trasferita a Torino per studiare all’Università. Doveva pagarsi gli studi, la camera in affitto, i suoi non erano ricchi e faticavano a mandarle dei soldi. Malgrado le sue economie, i pasti precari, i libri fotocopiati dai compagni, i soldi non bastavano mai. Poi un giorno una compagna di studi le aveva suggerito un modo per guadagnare qualcosa e vivere un po’ meglio. “Fai come me, fidati. Basta un annuncio sul giornale, ti trovi un hotel dove nessuno ti conosce e la cosa è fatta. Gli dai appuntamento lì, numero della camera, e chi ti conosce? Vedrai, bella come sei faranno la fila!”

Lei aveva titubato, era una brava ragazza, i suoi le avevano insegnato un senso morale, come poteva farlo? Andare con uomini sconosciuti per soldi? Eppure… se il mondo girava in quel modo, perché non approfittarne? In fondo non faceva del male a nessuno, o forse solo a se stessa. Rifletteva. E alla fine aveva accettato.

 

Il giorno seguente

Barbara aveva trascorso una notte insonne, indecisa su come risolvere la situazione. Da un lato c’era Massimo che sapeva intenzionato a riprendere contatto con lei, pena il ricatto di rivelare a tutti il suo passato. Dall’altro la paura, il desiderio di fuggire, mettersi al riparo dalle sue avances e manipolazioni. Ma dove andare? Poteva tornare a casa sua, è vero, rinunciando alla vacanza già pagata, al riposo e al relax meritato. Ma non era giusto, non era affatto giusto! Al mattino Barbara si era sentita furiosa, e decisa a non cedere al ricatto di quello spregevole uomo! Non avrebbe ceduto e avrebbe trovato il modo di metterlo a tacere evitando lo scandalo.

Era scesa tardi a far colazione, un po’ perché si era finalmente appisolata solo verso mattina, e poi intenzionalmente non aveva voluto rischiare di incontrarlo nella sala da pranzo insieme agli altri ospiti. Non sapeva ancora cosa fare né come, ma era ben decisa a non farsi sottomettere da quell’uomo.

Decise di fare una passeggiata fuori dalla villa, per schiarirsi le idee e anche per stare lontana dagli altri. Attraversando il parco sentì due uomini discutere animatamente. Riconobbe subito la voce di Massimo, bassa e roca, ma l’altro faticava a capire chi fosse. Si nascose dietro un grosso cespuglio e cercò di vedere senza essere vista. Riconobbe subito il suo tormentatore, come pensava, ma l’altro vide che si trattava di Daniele, il giovane playboy palestrato. Cosa avessero da discutere non si capiva, e Barbara si stupì un poco che i due discutessero così animatamente, come se si conoscessero già. Ma con Massimo tutto era possibile, l’aveva imparato a sue spese. Non era una bella persona, e anche a Torino frequentava brutta gente. Lasciandoli alla loro discussione, senza fare rumore si allontanò in fretta raggiungendo l’uscita del parco e dirigendosi verso le colline e la strada che portava al paese.

Intanto alla villa Clotilde era in cucina alle prese con i preparativi del pranzo che avrebbero servito più tardi, quando vide entrare in quello che riteneva essere il “suo regno” il signor Pintone.

“Gentile signora Clotilde, buongiorno. Posso chiederle cosa preparerà di buono per pranzo oggi?”

“Buongiorno signor Marino, oggi avremo polipo in umido, proprio come so che piace a lei. L’ha preso Amedeo stamani al mercato fresco, fresco.”

“Ottimo! E senta, dov’è ora quel buon uomo del suo marito? dovrei parlargli… ”

“Credo sia giù alla piscina a fare manutenzione sa, provi a vedere là. Se non c’è, vuol dire che è in giro per il parco, ha sempre qualcosa di sistemare e lui è un po’ un perfezionista, ma io credo che voglia solo star lontano dalla ospiti, lasciarli tranquilli se mi capisce.”

“Certamente, bene andrò a cercarlo in piscina o nel parco allora. Buon lavoro signora Clotilde.” E così dicendo si allontanò dal suo regno.

Arrivato in vista della piscina trovò i coniugi inglesi che si riparavano dal sole sulle sdraio, lui leggeva un quotidiano mentre la signora cercava di risolvere un cruciverba. Di Amedeo nessuna traccia però. E nemmeno del giovanotto, com’è che si chiamava? Ah già, Daniele gli pareva. Anche dei coniugi Tritone non c’era ombra in quel luogo. Così Pintone salutò e si diresse verso il parco.

Nel frattempo Barbara era arrivata all’inizio del grazioso paese quando incontrò la signora Tritone, Bianca. Questa era una donna dall’aria piuttosto dimessa, all’apparenza timida, poco appariscente. Incontrandola per strada non si notava quasi. Anche il suo atteggiamento era sempre modesto, nell’ombra del marito supponente e arrogante. Barbara supponeva che fosse succube del marito, e che non avesse la forza per ribellarsi. Ma forse era solo una sua impressione. La salutò gentilmente, e Bianca le rispose con un grande sorriso, apparentemente felice di vederla.

“Ma che bella sorpresa, anche lei a passaggio?” le chiese affabilmente.

“Sì avevo voglia di fare quattro passi, e poi questo paese mi piace molto, è così tranquillo.”

“Come mai da sola? suo marito non è con lei? ” chiese Barbara che quando aveva visto la donna si era subito guardata intorno un po’ intimorita di veder comparire anche il suo tormentatore.

“No, lui non ama passeggiare, e poi mi ha detto che doveva risolvere una questione alla villa. Sa, io non chiedo mai niente, preferisco così.”

Probabilmente la “questione” era lei, pensò Barbara fra sé. Aveva fatto bene ad allontanarsi, ma non sapeva per quanto avrebbe potuto evitare il suo tormentatore.

“Andiamo a prenderci un caffè?” propose a quel punto a Bianca. Voleva cercare di capire meglio le intenzioni della coppia, conoscere meglio quella donna e vedere se poteva trovare in lei un’alleata. In fondo forse anche lei era una vittima di Massimo.

Frattanto nel parco Pintone cercando invano Amedeo, che sembrava sparito nel nulla, aveva fatto una brutta scoperta.

 

Incidente o agguato?

Rientrando per il pranzo gli ospiti avevano trovato un Amedeo zoppicante e con una vistosa fasciatura sulla testa.

“Non è nulla, ho sbattuto contro un ramo!” si era premurato subito di tranquillizzarli lui. A Pintone che lo aveva trovato sanguinante nel parco aveva detto la verità però, che qualcuno lo aveva colpito all’improvviso alla testa facendolo svenire. La caduta gli aveva poi storto una caviglia, da lì il suo zoppicare. Inutili erano stati i tentativi di Clotilde per convincerlo a mettersi a letto, chiamare il dottore, e perlomeno non servire a tavola. Amedeo aveva comunque voluto fare il suo servizio e occuparsi dei “suoi” ospiti.

Pintone gli aveva chiesto se aveva visto chi fosse stato a colpirlo

“Purtroppo no, mi è arrivato alle spalle mentre chinato curavo una buganvillea e non l’ho sentito arrivare. – era stata la sua risposta però prima lungo il sentiero avevo incrociato il signor Daniele e il signor Massimo che discutevano, e anche animatamente. Quando sono passato vicino mi hanno salutato fingendo che stessero chiacchierando del più e del meno, ma appena mi sono allontanato la discussione è ricominciata.”

“Interessante – rispose Pintone – e ha sentito su cosa discutevano per caso?”

“No, ma sembravano molto adirati. L’idea è che si conoscano meglio di quanto abbiano voluto lasciarci credere.”

“Ah capisco, ma mi dica, sono suoi clienti abituali o è la prima volta che vengono in vacanza a villa Mafalda?”

“Il signor Massimo e la moglie sono clienti da diversi anni, il signor Daniele invece è la prima volta che viene. Mi ha anche un po’ stupito la sua presenza, non è un luogo abituale per giovanotti come lui, questo. Non so se mi spiego. ”

“Sì, ha ragione, lo vedo più in un luogo come la riviera romagnola, o Ibiza, quei luoghi per giovani, discoteche fino all’alba e roba simile. Mah, cosa vuole che le dica Amedeo, vedrò di indagare un po’ senza troppo dare nell’occhio. Che ne dice? ”

“Se vuole signor Marino, ma non si dia troppo la pena sa, magari è stato uno scherzo, o uno sbaglio…chissà. ”

Amedeo minimizzava, ma Pintone non era affatto tranquillo. Ex detective della squadra mobile, una vita passata ad indagare nei meandri della malavita gli avevano affinato l’istinto di cacciatore. Avrebbe cercato di saperne di più su quella storia.

Nel frattempo gli ospiti avevano terminato il pranzo, Amedeo finalmente si era concesso un po’ di riposo, accudito dalla moglie, e il resto della compagnia si era sparpagliato qua e là per la villa e il parco. Durante il pranzo Pintone aveva tenuto d’occhio sia Daniele che Massimo, ma i due avevano l’aria di perfetti sconosciuti che per caso si trovassero nello stesso luogo in vacanza. Certo, poteva anche essere, e la discussione forse era nata per una qualche banalità del momento, una parola storta di uno, uno sguardo troppo azzardato dell’altro verso la moglie di Massimo, o qualunque altro banale motivo. Però… però c’era la botta in testa ad Amedeo, qualcuno aveva voluto metterlo fuori combattimento per un po’ di tempo. Impedirgli di vedere, o sentire, qualcosa.

Marino fingendo indifferenza si avviò quindi verso la veranda, dove Massimo e la moglie stavano prendendo il caffè in compagnia dei coniugi Brigton.

“Buongiorno signori, bella giornata vero?”

“Sì bellissima. Come sta signor Pintone? ” chiese gentile la signora Elisabeth

“Io benissimo cara, ma ha visto il povero Amedeo? Faticava proprio a camminare… chissà cosa gli è capitato.”

“eh cosa vuole, lavorare in giardino, curare le piante e tutto il resto è facile farsi male. Basta un inciampo e via.” rispose subito Massimo come a voler minimizzare l’accaduto.

“sì è vero, succede sempre anche a me – intervenne John – anche io quando taglio l’erba nel nostro giardino, o curo la siepe, mi faccio sempre male, sono un po’ distratto sa, e mia moglie mi prende sempre in giro… ”

“già, proprio così caro.” aggiunse la moglie facendogli una carezza affettuosa.

Chiacchierarono ancora un po’ del più e del meno, Pintone cercando un segnale dove poter indagare più a fondo ma senza arrivare a nulla. Così decise di lasciar perdere per il momento e cercare altrove.

“Qualcuno sa dove posso trovare il signor Daniele? ” chiese fingendo indifferenza.

“L’ho visto dirigersi verso la piscina credo” rispose Elisabeth.

Così Marino salutò la compagnia e andò alla ricerca di Daniele. In effetti lo trovò che si rosolava al sole a bordo piscina, incurante del caldo di quell’ora pomeridiana. Sembrava assopito e assorbito nel compito di abbronzarsi il più possibile. Non sopportando – al contrario suo – tutto quel calore e quella luce, Pintone decise che gli avrebbe parlato più tardi, e tornò verso la villa e il fresco della sua camera, dove intendeva schiacciare un pisolino e riflettere con calma.

Arrivato nel corridoio passando davanti a una camera aveva sentito qualcuno all’interno piangere. Così aveva chiesto “che succede? posso essere utile?” e quando la porta si era aperta si era trovato davanti una Barbara in lacrime.

 

Conosciamo meglio i nostri personaggi

“Cosa succede signorina Barbara?” le chiede sollecito Pintone.
“Nulla, mi scusi, è che ho una grande emicrania, così forte che mi fa piangere dal dolore”.
“Mi dispiace molto, vuole che le prenda qualche medicamento in paese?”
“No grazie, sono a posto. Mi basta riposare al buio e in silenzio per un po’, poi mi passerà”.
“D’accordo allora, ma se ha bisogno di qualcosa non esiti a bussare alla mia porta, è la seconda a sinistra. Buon riposo allora”.

E così dicendo Pintone si ritira anche lui a riposare in camera sua. Più tardi scende nuovamente in piscina, dove trova una riposata e sorridente Barbara chiacchierare con Daniele; poco più in là i coniugi Brighton sotto un ombrellone ognuno impegnano nella lettura di un libro. Dei signori Tritone invece per il momento nessuna traccia.

Marino si avvicina ai due giovani, vuole saperne di più di questo Daniele, sapere da dove viene, cosa fa nella vita, e soprattutto come mai abbia scelto quella vecchia villa come luogo per le proprie vacanze.

“Buongiorno, sapete che siete proprio una bella coppia, voi due?” esordisce sorridendo “signorina Barbara, si sente meglio a quanto vedo.”

“Sì la ringrazio, come vede riposo e silenzio mi hanno fatto bene”.

“E lei signor Daniele, posso chiederle come mai ha scelto questa vecchia villa, un po’ noiosa devo dire, per le sue ferie? Mi sembra un po’ troppo giovane per scegliere di trascorrere il suo tempo con questi vecchietti. Mi scusi Barbara, non riferito a lei naturalmente!”

“Mah, guardi Marino, lavoro tutto l’anno in modo frenetico, avevo bisogno di un po’ di pace, di passare del tempo tranquillo a riposare, poche persone intorno, soprattutto poco frastuono e caos”.

“Di cosa si occupa?”

“Gestisco una palestra in centro Torino, molto ben frequentata devo dire, ho parecchi iscritti e non ho mai un minuto di tempo libero per me”.

“Ah ecco perché è così in forma! E gli affari vanno bene quindi.”

“Sì molto bene, non posso proprio lamentarmi. Sa la gente ora come ora ci tiene molto al proprio aspetto fisico, vuole stare in forma – come dice lei – e fa di tutto per mantenersi giovane. Le palestre sono l’affare del momento, se uno vuole essere sicuro di guadagnare”.

“Ma ho sentito dire che sono anche luoghi dove girano medicamenti illeciti, anabolizzanti, droghe, integratori non proprio legali, mi pare.”

“C’è sempre qualcuno che ci prova, sa, bisogna stare all’occhio e stroncare sul nascere qualunque tentativo di inserirli in palestra. Io sto con gli occhi ben aperti, e se noto qualcosa di strano intervengo subito. Nella mia palestra sono tutti puliti, non gira nemmeno un grammo di quella roba!”

La veemenza con la quale Daniele aveva difeso la sua palestra aveva fatto squillare un campanello d’allarme nella testa di Pintone. Il quale però per il momento aveva deciso di lasciare cadere il discorso. Lo avrebbe ripreso in un altro momento e a tu per tu con Daniele.

“E lei, signorina Barbara, di cosa si occupa? Lei vive a Milano, vero?”

“Sì a Milano, e lavoro in una boutique del centro. Anzi, sono responsabile del negozio, gestisco due commesse, mi occupo degli acquisti e consiglio le clienti fedeli nell’acquisto dei capi. E’ un bel lavoro, mi piace molto”.

In quel mentre videro arrivare Massimo e Bianca Tritone, che si avvicinarono a loro prendendo posto sulle sdraio lì accanto.

“Io vado a fare una nuotata” dice a quel punto Daniele alzandosi.

“Vengo anch’io se non le dispiace”. aggiunge Barbara, e i due si buttano in acqua. A Pintone non era sfuggito che Barbara sembrava a disagio, e avesse colto l’occasione per allontanarsi subito dalla coppia.

“Signora Bianca, come sta? vi siete riposati? Ora fa meno caldo e si sta bene qui a bordo piscina. Lei Massimo, posso chiederle di cosa si occupa a Torino?”

“Sono rappresentante di medicinali, sa quei noiosi promotori farmaceutici che si intrufolano nelle sale d’attese degli studi medici, facendo perdere tempo ai malati che aspettano…” e ridacchia fra sé e sé alla sua battuta.

“Capisco, sì ho presente. E si guadagna bene con quel lavoro? Sa, sono curioso… mi perdoni”

“Dipende, bisogna vedere per quale casa farmaceutica si lavora. Non sono tutte uguali, non tutte hanno buoni prodotti e di conseguenza non tutte pagano bene. Quella per cui lavoro io è una molto importante, produce farmaci antitumorali e antivirali anche per HIV, per cui è una che va per la maggiore.”

“Ottimo allora. E c’è molto lavoro in questo ambito, presumo. I malati purtroppo sono sempre numerosi, i medici da visitare pure…”.

“Eh sì, ho un vasto bacino d’utenza, anche fuori Torino. Infatti viaggio molto, per questo quando sono in ferie preferisco un luogo tranquillo come questo, dove posso davvero riposare.”

In quel mentre si avvicinano i coniugi Brighton “Buondì a voi, avreste voglia di una partita a carte con noi?”

“Ma sì, perché no, volentieri anzi.” risponde subito Bianca, stufa di quelle chiacchiere da uomini.

E le due coppie si accomodano ad un tavolino sotto un ombrellone poco distante, lasciando Pintone solo con le sue domande inespresse. Ma il suo cervello lavorava, e macinava supposizioni. Stava ancora pensando all’aggressione subita da Amedeo, qualcuno doveva pur essere stato. Daniele e Massimo era possibile che, a dispetto di quanto affermato da entrambi, si conoscessero: vivevano entrambi a Torino, lui promuoveva farmaci, lui gestiva una palestra, come non fare due più due? E Barbara, con la sua emicrania e il suo disagio?

Volendo essere sospettosi…

 

La verità rivelata

Più tardi dopo aver pranzato Pintone decide di fare una passeggiata nel parco, tanto per digerire le delizie preparate da Clotilde, prima di recarsi in camera a riposare. Da buongustaio qual era non si lasciava scappare nessun manicaretto che la brava cuoca sapeva cucinare, e apprezzava sempre molto quei momenti gastronomici. All’improvviso la pace del parco, sempre molto bene curato da Amedeo, viene interrotta da un grido strozzato. Dietro alcuni cespugli Marino vede Massimo che stringe per un braccio Barbara, in lacrime e che cerca di divincolarsi per liberarsi dalla stretta.
“Cosa succede qua?” si fa avanti a quel punto lui, non potendosi trattenere. Subito Tritone lascia il braccio di Barbara, e cerca di minimizzare l’accaduto:

“Nulla, stavo chiacchierando con la signorina e l’ho presa per il braccio per accompagnarla, senza accorgermi che l’avevo stretta un po’ troppo.”

“E’ così signorina?”

“Sì, è come dice lui…” risponde lei cercando di nascondere le lacrime.

“Beh, allora io la lascio in compagnia del signor Pintone. Arrivederci.” e Tritone si allontana velocemente dai due.

“Mi dica la verità Barbara. Posso chiamarla così, vero?”

“Sì certo, è il mio nome. Ma non è successo nulla, davvero.”

“Mi scusi ma non le credo. Anche l’altra sera lei piangeva, e la scusa dell’emicrania è una scusa vecchia come il mondo…me lo lasci dire. E poi ho notato che lei cerca sempre di stare lontana dal signor Massimo, vi eravate già conosciuti, vero? e lui le fa paura, non è cos’?”

“Ma chi è lei? un mago?”

“No sono un investigatore, ex in verità, ora sono in pensione. Ma l’istinto, quello, non va in pensione. Ora mi vuole dire come stanno le cose? Forse posso aiutarla se si fida di me.”

Con un grande sospiro Barbara finalmente decide di confidarsi con quell’uomo che, chissà perché, in fondo le infonde fiducia. Con quella sua aria bonacciona, un po’ trasandata, apparentemente indifferente a tutti, in realtà si sta rivelando molto attento a ciò che lo circonda e premuroso nei suoi confronti. Così decide di dirgli finalmente la verità e gli racconta tutto del suo passato e del ricatto di Massimo al quale lei non vuole sottostare.

“Ma che schifoso! Che essere spregevole! Guardi Barbara, lei non ha nulla di cui vergognarsi e ha fatto bene a confidarsi con me. Ora ci penso io a mettere a posto quel signore, non abbia paura… Venga, andiamo al bar a bere qualcosa, lei ha bisogno di qualcosa di forte.”

E così dicendo l’accompagna verso la villa. Barbara si sente meglio ora che si è liberata di quel peso, ha fatto bene a parlarne con Marino, meno male che lui l’ha incitata a confidarsi, ora si sente più tranquilla e in qualche modo protetta.

Arrivando presso la veranda incontrano Bianca, la moglie di Tritone, che sembra agitata e si guarda in giro con circospezione. Pintone notandola quel punto ha un’intuizione e la invita ad unirsi a loro offrendole da bere.

“Signora Bianca, noi stavamo andando al bar, si unisca a noi, le offro un caffè o un digestivo e facciamo due chiacchiere. Mi sembra un po’ triste, come la nostra Barbara, che succede?

“La ringrazio… non so… ha visto mio marito?”

“L’abbiamo incontrato poco fa, andava di fretta, ma non sappiamo dove. Venga, si accomodi qui con noi.”

“Ah meno male” e la donna appare sollevata nell’apprendere che Massimo non è nei paraggi.

“Sa lui è un po’ sempre così… come posso dire?.. arrabbiato? Non so perché, ma sembra che non sappia godersi un po’ di pace nemmeno in vacanza. E se la prende con me quando secondo lui le cose non funzionano come si aspetta.”

“Mi dispiace molto sentirlo. Ma perché se la prende con lei? cosa c’entra lei, scusi?”

“E’ quello che mi chiedo anch’io! Io cerco di assecondarlo, di non infastidirlo, ma quando è di quell’umore…guardi, diventa intrattabile, ed è meglio girargli alla larga. Preferisco stare da sola, in quei momenti.”

E togliendo un fazzoletto dalla borsa la donna si asciuga gli occhi che si erano riempiti di lacrime.

“Ma mi dica, non è che per caso è anche violento con lei? spero di no…”

“Se vuole dire se mi picchia, no quello no, ma sa la violenza si può usare anche con le sole parole. A volte certe parole fanno più male di un coltello!”

“Ha mai pensato di lasciarlo? Lei è una bella donna, intelligente, colta, non si merita di essere trattata male.”

“Sì in verità sì, qualche volta l’ho desiderato. Ma poi, cosa vuole, l’abitudine, le convenzioni, e poi in fondo gli voglio bene. E’ mio marito, siamo sposati da tanti anni. E cosa farei poi da sola?”

“Sì capisco, è ovvio. Beh, cambiamo discorso belle signore. Cosa vi andrebbe di fare oggi? un giro in paese, per esempio? Un po’ di shopping? Vi accompagnerei con piacere.”

A quel punto Pintone ne sa abbastanza per trarre le sue conclusioni, e ora sa come procedere. Non ha più dubbi che l’aggressore di Amedeo sia Massimo, visto il carattere violento che ha dimostrato di avere, e lui ha tutta l’intenzione di parlargli e metterlo di fronte alle sue responsabilità, minacciando di denunciarlo alle autorità per ricatto e violenza. Anche se difficilmente dimostrabili, c’erano comunque le due donne pronte a testimoniare, o almeno lo sperava.

 

Uno strano traffico

La notte Amedeo soffriva un po’ di insonnia, così si alzava per non disturbare Clotilde che a differenza sua dormiva il sonno dei beati. Una nota scendendo le scale dalle finestre prospicenti il mare aveva notato delle luci ballare nel buio, un po’ troppo vicine alla riva per essere normali imbarcazioni al largo. Incuriosito era uscito in giardino e si era avviato per il sentiero che porta alla spiaggia, quando all’improvviso le luci si erano spente. Aveva atteso un po’ prima di proseguire, poi vedendo che le luci non erano riapparse aveva deciso di soprassedere e tornare all’interno della villa.
Il giorno dopo però ne aveva parlato con Pintone, raccontandogli l’accaduto, ed entrambi avevano concordato che c’era qualcosa di strano. Il naufragio di un’imbarcazione no, ne avrebbero già saputo qualcosa dalla radio che al mattino trasmetteva sempre il bollettino del mare e le ultime notizie locali. Contrabbandieri, era l’idea più logica a cui avevano pensato i due “investigatori”, che decidono di tenere d’occhio eventuali altre apparizioni.

“Ma tu non hai mai notato nulla di simile?” aveva chiesto Pintone ad Amedeo, passando a quel punto al TU più colloquiale che li vedeva complici nelle indagini del mistero.

“No davvero, l’avrei notato se fosse già capitato. Di notte luci in mare se ne vedono, ma sono sempre più lontane, al largo.

“Bene, se succede di nuovo ci appostiamo alla spiaggia e vediamo di cosa si tratta.”

Così quando qualche notte dopo rivede nuovamente le strane luci vicino alla riva, va a chiamare Pintone nella sua camera. Lui in breve esce vestito di scuro e con una torcia in mano e i due si dirigono silenziosamente verso la spiaggia. Qui nascosti dietro uno spuntone di roccia vedono una lancia avvicinarsi verso la riva dal mare, e intravvedono alcune persone a bordo. Quando la barca è quasi arrivata a riva si ferma, dondolando piano sulle onde, e a quel punto dal buio della notte con stupore vedono arrivare sia Massimo che Daniele. Entrambi silenziosi, appostati sul bagnasciuga, aspettano qualcosa. O qualcuno. E infatti poco dopo un paio di uomini scendono dalla barca e si avvicinano alla riva, scambiano alcune parole con i due uomini sulla riva, poi consegnano un paio di scatole ricevendo in cambio delle borse. Dopo il veloce scambio entrambe le coppie si separano tornando ognuno chi verso la barca chi verso le rocce.

Amedeo e Pintone si scambiano uno sguardo d’intesa. Le cose stanno così, quindi, pensa Pintone, aveva ragione a pensare che i due non la contassero giusta e che in realtà si conoscessero già. A quel punto non resta loro che scoprire cosa trasportano nelle casse recuperate, anche se probabilmente è facile immaginarlo. Ed è anche facile immaginare che uno dei due, o entrambi, siano gli autori dell’aggressione ad Amedeo e perché l’abbiano messo fuori combattimento quel giorno.

“Vuol dire che questi due signori usano la mia Villa per i loro traffici sporchi?” chiede arrabbiato e offeso Amedeo.
“Penso proprio di sì, Amedeo. Probabilmente Tritone usa le sue conoscenze per procurarsi integratori e anabolizzanti, che poi Daniele rivende nella sua palestra. E chissà in qualche altre!”

Silenziosamente senza farsi vedere ritornano sui loro passi e rientrano nella villa. Sicuramente Massimo e Daniele erano ancora impegnati a nascondere la merce in qualche anfratto delle rocce, da dove l’avrebbero recuperata in seguito. Non era il caso di intervenire adesso, con il rischio di venire nuovamente aggrediti. Lo avrebbero fatto il giorno seguente.

Il mattino dopo infatti Pintone scende deciso ad affrontare Tritone, ma nella sala per la colazione trova solo sua moglie Bianca, oltre a Daniele e ai signori Brighton.
“Buongiorno signora Bianca, come sta? Sa dirmi dov’è suo marito, vorrei parlargli”.
“Buongiorno a lei, credo sia in camera, l’ho lasciato che ancora dormiva”.
“Capisco, bene farò colazione e gli parlerò in seguito.” e Marino si accomoda al suo tavolo.

In quel mentre un urlo squarcia il silenzio della villa. Viene dal piano superiore, e tutti si precipitano a vedere, chi salendo le scale chi uscendo dalle proprie camere. Davanti alla porta della camera dei coniugi Tritone una cameriera in lacrime e molto spaventata indica qualcosa all’interno.
Pintone si affaccia e vede il corpo di Massimo riverso a terra, la testa in una pozza di sangue. Decisamente morto.

Subito prende in mano la situazione, prende la cameriera per le spalle e facendole coraggio l’affida a Clotilde che nel frattempo era sopraggiunta anche lei dalla cucina. Poi chiude la porta e invita tutti gli ospiti, compreso il personale, a riunirsi in sala da pranzo, dove li avrebbe raggiunti di lì a poco per interrogarli.

“Signori, innanzitutto mi presento, sono un ex-detective della squadra mobile, ora in pensione, e nell’attesa che giungano gli esperti che vi interrogheranno, inizierò io a parlare con voi. Vi prego di essere sinceri e non nascondermi nulla, la verità prima o poi viene sempre a galla comunque.”

 

Prime indagini

Pintone decide di interrogarli uno a uno separatamente, così fa accomodare per primo Daniele nel salottino fumoir dove ha deciso di svolgere le sue indagini.

“Ma perché, lei crede che sia stato uno di noi?” chiede subito Daniele con tono offeso.

“Io non credo nulla, mi accerto di come si sono svolti i fatti, signore. Cominciamo subito da lei, quindi. Lei conosceva il signor Tritone prima di incontrarlo qui?”

“No, l’ho conosciuto qui alla villa, come tutti voi.” Bugiardo, pensa Pintone, sei proprio un gran bugiardo! Bene, ecco il primo di cui sospettare.

“E cosa ci facevate la notte scorsa giù alla spiaggia, lei e il signor Massimo? Non dica che non era vero, perché vi abbiamo visti Amedeo ed io! In quali traffici sporchi siete, o dovrei dire eravate, implicati?”

Daniele a quel punto spalanca gli occhi stupefatto, non immaginando che qualcuno li avesse visti la notte precedente, arrossisce e alla fine quasi in lacrime ammette tutto.

“E’ vero, conoscevo Massimo, mi aveva coinvolto lui in un traffico di merce da rivendere in palestra. Per questo sono venuto qui in vacanza, le pare che avrei scelto questo mortorio se avessi avuto scelta? Ma lui mi ricattava, sapeva che tempo addietro mi ero rivolto ad uno strozzino per poter aprire la mia palestra, e lui mi aveva aiutato a ripagare il mio debito. Poi però ha iniziato a impormi di vendere quei “medicinali” come li chiamava, ai miei clienti che lui indirizzava da me. Non potevo tirarmi indietro, lo capisce? Però non ho ucciso, glielo giuro! Mi deve credere!”

Il suo accento era veramente disperato, e a Pintone faceva quasi pena. Decise quindi di lasciar perdere per il momento e sentire gli altri. Intanto Daniele aveva confessato il legame fra lui e Massimo, ed era già qualcosa su cui lavorare. Fece entrare quindi Barbara, di cui conosceva già il passato che la legava in qualche modo a Tritone.

“Bene, verificheremo più tardi, rimanga a disposizione. Venga signorina Barbara, lei mi ha già confessato di aver conosciuto il signor Tritone anni fa a Torino, quando studiava. Conferma?

“Sì è così, come le ho già raccontato. Però non mi aspettavo certo di ritrovarlo qui, e non avevo rapporti con lui, anzi mi infastidiva parecchio, come ben sa.”

“Sì, me l’ha già detto. E da quanto non lo vedeva, o meglio lui non la infastidiva come dice lei? E’ venuto forse a cercarla questa notte?”

“In verità sì, ieri sera tardi ha bussato alla mia porta, ma io non gli ho aperto! Anzi, gli ho intimato di andarsene, che avrei chiamato Amedeo o lei, se non mi avesse lasciato in pace. Infatti dopo poco ha smesso di bussare e io mi sono coricata. Fino a stamani quando quelle urla mi hanno svegliata non ho più sentito nessuno.”

“Va bene. Dovremo verificare anche quanto ci ha detto ora, lo capisce vero? E poi la polizia vorrà sapere tutto della vostra cosiddetta conoscenza. Dovrà raccontare tutta la storia, ma non tema, le starò accanto e confermerò.”

A quel punto decide di sentire la moglie, o meglio la vedova, Bianca. “Mi racconti cosa è successo, senza omettere nulla per cortesia.”

“Va bene, allora questa mattina mi sono svegliata presto come mio solito e sono andata a fare una passeggiata sulla spiaggia. Mi piace camminare quando il sole è ancora basso all’orizzonte, il mare è calmo, non c’è in giro nessuno. Poi dopo un’oretta sono ritornata e quando sono entrata in camera l’ho trovato lì per terra, con tutto quel sangue! Oddio!”

Era ancora sotto choc, o almeno così sembrava. Ma Pintone non era convinto, qualcosa in lei lo disturbava. Decide di scavare più a fondo.

“Signora, mi perdoni, ma lei sapeva dei traffici di suo marito con Daniele e la palestra? Sapeva che la notte si sono incontrati con dei trafficanti giù alla spiaggia?”

“Ma no, assolutamente! Mio marito mi teneva all’oscuro delle sue cose!”

“E non si è accorta che di notte lui è uscito dalla camera? ed è tornato dopo parecchio tempo?”

“Beh sì, quello sì, ma so che soffre d’insonnia anche lui, e ogni tanto si alza di notte e va a fumare, a bere un bicchiere di vino, dice che così poi gli torna il sonno. Ho pensato fosse andato giù per quello.”

“E lei lo sapeva che lui conosceva la signorina Barbara? Che l’ha conosciuta, diciamo così, nel passato, quando lei era una studentessa?”

…….

“Ah quindi lo sapeva.”

“Proprio saperlo no, ma lo sospettavo. Ho visto come lei cercava di sfuggirgli, e ho immaginato. Sapevo che mio marito non era un santo, sa. Negli anni me ne ha fatte passare tante, ma ormai mi ero rassegnata. Avevamo raggiunto una sorta di compromesso, io non chiedevo e lui non mi raccontava, mi lasciava vivere la mia vita. Che in fondo era una bella vita, non mi faceva mancare niente.”

“Forse solo un po’ di amore, visto come la trattava, no?”

“Ha ragione! Ma vede, io sono una donna debole, non ho mai saputo tenergli testa, mi faceva anche un po’ paura, e lui ne approfittava. Avrei dovuto ribellarmi molto tempo prima, lasciarlo, andarmene via, ma non ho mai avuto il coraggio, non so perché. Forse perché in fondo lo amavo.”

Strana forma d’amore, pensa Pintone, ma se lo tiene per sé, certo questa donna era arrivata al limite…chissà…magari… Dovrà indagare più a fondo, ma ora voleva sentire i due inglesi cosa avevano da dire.

 

La trana coppia

Nella sala da pranzo i signori Brighton non si trovavano, e nemmeno fuori in veranda o altrove in giardino. Pintone inviò un garzone a cercarli in piscina e sulla spiaggia, nel caso avessero deciso di recarsi in quei luoghi a dispetto della richiesta di restare tutti uniti in attesa di essere ascoltati. Poi chiese gentilmente a Clotilde di cercarli nella loro camera. Poteva essere che, frastornati da quanto successo, avessero avuto bisogno di un po’ di privacy e raccoglimento, prima di tornare disponibili a parlare con lui. In fondo si sa, gli inglesi sono discreti e gelosi della loro privacy, e non esternano le proprie emozioni in pubblico.
Ma Clotilde tornò dicendo che la loro camera era incredibilmente in disordine: cassetti e armadio spalancati e vuoti, letto disfatto, una lampada rovesciata a terra, finestra che dava sul balcone spalancata…sembrava che lì fosse passato un tornado. E dei signori Brighton nessuna traccia…

*          *          *          *

L’automobile correva veloce sulla strada di campagna, in lontananza si scorgevano già i primi contrafforti delle alpi, presto sarebbero giunti in prossimità della frontiera e sarebbero stati in salvo. Sul sedile posteriore una borsa rigonfia e le due valigie, che frettolosamente avevano buttato all’interno della vettura.

“Dovremmo mettere le borse nel baule cara” disse a quel punto John.

“Sì caro, hai ragione, dobbiamo sembrare due pacifici turisti in vacanza. Fermati appena trovi il luogo adatto, lontano da occhi indiscreti.”

Poco dopo infatti John ferma la vettura in uno spiazzo ombreggiato, e i due procedono a nascondere valigie e borsone nel baule. Poi riprendono in viaggio, o per meglio dire la loro fuga.

“Peccato per quel Massimo – afferma John – mi stava anche simpatico, ma in fondo se l’è voluta.”

“Sì era un infame sai, la povera Barbara mi aveva raccontato come la ricattasse!”

“E poi chi se lo aspettava che fosse ancora in camera a quell’ora. Di solito usciva con la moglie, lei andava a passeggiare, lui a fumare prima di fare colazione. Gran brutto vizio il fumo!”

“Sì caro, hai ragione. Ma perlomeno c’era quel pesante posacenere in camera, che ha fatto al caso nostro, non ti pare?”

“Sì tesoro, hai proprio ragione.”

“E hai visto che bei gioielli aveva Bianca? Sarà stato anche un mascalzone suo marito, però non le faceva mancare il lusso a quella!”

“E’ vero! Evidentemente i suoi traffici loschi gli rendevano bene. E vedrai quando arriveremo a Marsiglia quanto renderanno a noi!”

E così dicendo scoppio in una grassa risata, seguito da quella cristallina di lei.

“Sei stato bravo a recuperare la merce giù alla scogliera, sai. Ho avuto paura che Amedeo scoprisse tutto, quando eri nel parco e hai sentito Daniele e Massimo che ne parlavano. Peccato che hai dovuto dagli quel colpo in testa, povero Amedeo! Lui non aveva proprio colpe!”

“Se non quella di essere troppo ingenuo e fidarsi troppo degli sconosciuti, non ti pare?”

“Eh sì, ma d’altra parte con il suo lavoro, come può non fidarsi degli estranei? Gli entrano praticamente in casa sua…” e sorrise cinica stringendo la mano al marito.

“Hai ragione come sempre, tesoro.”

Proseguirono in viaggio per un po’ in silenzio. Poi Elizabeth riprese “E Daniele, anche lui deve aver guadagnato bene con le vendite in palestra, hai visto che bel gruzzolo teneva nel cassetto fra le mutande?”

“Strano posto per tener nascosti i denari, è il primo posto dove uno va a cercare, non ti pare cara?”

“Ah questi italiani…sempre così banali e scontati! che ti devo dire? meglio per noi, no?”

“Ah certo! E’ servito passare tutto quel tempo in banali chiacchiere e noiosi intrattenimenti con quella gente. Non ne potevo più, guarda, meno male che almeno il cibo era ottimo, la brava Clotilde è veramente una brava cuoca. Peccato averla persa!”

“Già, in Inghilterra non si mangia certo così bene! Meno male che fra poco arriveremo in Francia, dove la cucina è certamente regina.”

“Già pregusto una buona cena di pesce non appena saremo arrivati a Marsiglia. Ora però attenzione, stiamo arrivando in frontiera. Sorridi cara, assumi il tuo più splendido aspetto innocente di brava moglie inglese e sorridi che la vita ci sorride!”.

La banda del Campo

Settembre, inizia la scuola

Quel lunedì avevamo ottenuto il permesso dalle nostre mamme, sorelle fra di loro, di andare a scuola a piedi da soli. I nostri fratellini no, erano troppo piccoli, ma noi dopo una settimana avevamo iniziato a scalpitare, eravamo grandi ormai, non volevamo più avere le mamme, o chiunque altro, che ci accompagnasse a scuola. Così quella mattina mi ero presentata davanti alla porta dei miei due cugini, Federico e Sergio, e li avevo trovati già pronti con gli zaini in spalla. Uscendo abbiamo incontrato anche le sorelle dell’ultimo piano, Daniela, Sonia e Manuela, e tutti in gruppo ci siamo avviati verso scuola. Federico ed io frequentavamo la quinta, Sergio la terza, e le tre sorelle in scala dalla terza alla quinta. Nel nostro palazzo vivevano anche altri bambini, alcuni dell’età dei nostri rispettivi fratelli altri più o meno della nostra. Quando non eravamo a scuola ci ritrovavamo in giardino o nel vicino campo giochi, che noi chiamavamo semplicemente “il campo”. Era il nostro mondo, il nostro “tutto”.

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L’abito da sposa

La donna era ferma alla guida della sua automobile, bloccata da un ingorgo al semaforo che, malgrado fosse verde, non lasciava passare nessun veicolo. Ascoltava un brano di musica classica alla radio, e lasciava vagare i suoi pensieri, senza troppo preoccuparsi del traffico. Non aveva fretta, non stava andando a nessun appuntamento importante, quindi poteva anche godersi il momento, la musica piacevole, il sole che entrando dal finestrino la scaldava piacevolmente.

Si guardò in giro senza troppa curiosità, osservando i passanti sul marciapiede, le vetrine dei negozi, quando un’immagine la colpì destandola da quello stato di apparente distacco dal mondo: un uomo, fermo immobile davanti alla vetrina di un negozio di abiti da sposa.

Era un’immagine un po’ incongruente. L’uomo, alto, brizzolato, elegante nel suo portamento, si appoggiava ad un bastone da passeggio che ne denotava l’età non più giovane. Quando si girò un po’ di tre quarti lo vide in viso, e gli diede una settantina d’anni. La donna si chiese cosa mai ne avesse colpito l’attenzione, in tutto quel biancore di tulle e pizzi, ricami e merletti, lui che era uomo e non più giovane. Ed iniziò a immaginare.

Immaginò che lui ricordasse il matrimonio della propria figlia. Quella figlia adorata, forse unica figlia femmina, che con grande fatica lasciava andare, consegnandola ad un altro uomo. Ripensava il momento in cui tenendola ancora stretta al suo braccio l’accompagnava lungo la navata della chiesa, gli invitati come ombre ai lati, vaghe figure di cui non ricordava più le fattezze, concentrato solo sulla sua “bambina”, con il sentimento di dolore misto ad orgoglio per quella figlia che stava lasciando andare. Ripensava a come era bella nel suo abito bianco, con il velo che l’avvolgeva come in una nuvola, rendendola eterea. Ricordava lei bambina, quando giocava a nascondino con lei fingendo di non sapere dove si fosse nascosta. Ricordava la sua risata cristallina quando seduti insieme sul divano o sul letto lui le faceva il solletico, proprio per sentirla ridere. Ritornava con il pensiero alle lacrime che le aveva asciugato, ai suoi primi dolori, le cadute dalla bicicletta, dagli alberi dove sempre si arrampicava, ma anche i primi amori da adolescente, le confidenze che aveva più con lui che con sua madre.

Poi la donna pensò che forse no, forse l’uomo ricordava il suo, di matrimonio. Avvenuto tanti, troppi anni prima, e forse la sua compagna non c’era più da tempo, e il ricordare il loro matrimonio era per lui momento di nostalgia e dolore intriso di dolci ricordi. Forse lui l’aveva tanto amata, era la donna della sua vita, lo sapeva da sempre, dal primo momento in cui l’aveva incontrata e le si era dichiarato. L’aveva sposata in una bella mattina di sole, a primavera inoltrata, e lei era splendida nel suo abito bianco, leggero e semplice, con solo una coroncina di fiori sui morbidi capelli lasciati sciolti sulle spalle. Lei era piccola, minuta, all’apparenza delicata ma in realtà forte come una roccia. Lo sapeva prendere con la sua dolcezza, e gli faceva fare tutto quello che voleva lei. Lui era ben felice di assecondarla, anche perché non aveva grandi pretese, era una donna che amava la semplicità delle cose e della vita. Ma dentro aveva una grande ricchezza. Quando era morta aveva sofferto tantissimo, e non c’era giorno in cui non pensasse a lei, ai bei momenti che avevano vissuto insieme.

La donna chiusa nella sua automobile si intristì al pensiero del lutto di quell’uomo, e pensò che forse no, forse lui stava guardando quegli abiti meravigliosi perché aveva un nuovo amore…un amore tardivo, ma non per questo meno bello. Non si capacitava della fortuna che gli era capitata, di incontrare ancora una donna che sapesse amarlo, farlo felice, desiderare di vivere con lui gli ultimi anni. Una donna che aveva saputo farlo sorridere di nuovo, invitarlo a tornare in gioco, rendergli la voglia di vivere, a lui che si pensava ormai finito e sul viale del tramonto. Stava quindi valutando se quegli abiti esposti fossero degni dell’attenzione di lei, se valesse la pena portarla in quella boutique a provare e scegliere il suo abito da sposa. L’uomo infatti si attardava, sbirciava all’interno con attenzione, si faceva schermo dal sole con la mano per meglio vedere all’interno, non accontentandosi di osservare gli abiti esposti solo in vetrina.
La sua sposa non era una giovinetta, richiedeva quindi un abito che fosse adatto a lei, sobrio ed elegante, non certo sfarzoso come avrebbe scelto una sposa ventenne.

La vettura davanti a lei si mosse di un paio di metri, e la donna sobbalzò tornando al presente, pensando l’ingorgo fosse ormai risolto. Invece le vetture si fermarono nuovamente dopo poco, e lei si rimise ad osservare l’uomo. Che persisteva davanti alla vetrina, senza aver dato cenno di volersene andare.

Pensò allora che forse non era la figlia che si sposava, ma forse la nipotina. Che lui aveva tenuto sulle ginocchia quando era piccola, alla quale aveva raccontato le favole della buonanotte mischiate ai suoi ricordi di gioventù. La nipotina che scappava a farsi consolare da lui quando aveva una discussione con la mamma, quando veniva messa in castigo per aver combinato una marachella, che trovava rifugio fra le braccia del suo nonnino, come lo chiamava. E che ora, diventata adulta, stava per convolare a nozze con quel “bellimbusto” del suo fidanzato. Simpatico, non dico di no, ma un po’ arrogante, pensava lui. Un po’ troppo pieno di sé. …ma chissà, se lei l’aveva scelto, forse era solo una sua impressione. Si doveva fidare del buon senso della sua nipotina!

Finalmente l’ingorgo si dissolse e le vetture incolonnate ripresero lentamente a muoversi. La donna abbandonò le sue riflessioni e ripartì per la sua destinazione, la musica sempre nella radio, lo sguardo al traffico e l’uomo davanti alla vetrina ormai lasciato al suo destino.
L’uomo al contrario persisteva nel guardare all’interno del negozio. Non vedeva il divanetto di velluto color crema, sul quale le accompagnatrici delle spose si potevano accomodare e aspettare che la futura sposa scegliesse il suo abito; non notava lo scaffale nel quale erano esposti gli accessori quali coroncine per i capelli ricoperte di delicati fiori in stoffa, guanti rigorosamente bianchi di varie lunghezze e tessuti differenti; alcuni veli in tulle, bordati di pizzo o ricoperti da perline luccicanti, o ancora intessuti con fili d’argento. Non si accorgeva dei porta-abiti ricolmi dei più belli e sontuosi abiti da sposa, lunghi e corti, lineari o gonfi e riccamente adornati, in seta e taffetà, tulle e pizzo, per soddisfare le clienti più esigenti.

Tutta un’altra cosa invece vedeva l’uomo, con un po’ di malinconia. Rivedeva le pareti del negozio ricoperte di scaffali in legno scuro, un tavolo antico sormontato da una bella lampada che diffondeva una luce calda e morbida, due comode poltrone che invogliavano i visitatori ad accomodarsi, e soprattutto libri, tanti, tantissimi libri, che riempivano tutte le scaffalature fino al soffitto.
Qua libri di filosofia e storia, là quelli di viaggi, qui romanzi e racconti, là biografie, e poi ancora quelli di avventura per ragazzi, e i libri storici, saggistica, di teatro, e tanti altri ancora.
Un negozio dove si vendevano sogni, ma non quelli di un giorno speciale che non sempre sarebbe stato tale, e non si sapeva quanto sarebbe durato, bensì sogni che duravano il tempo che ci si impiegava a leggere il libro, e anche oltre; sogni che facevano volare con la fantasia, che aprivano le mente, che rimanevano nella memoria a lungo se non per sempre.
Perché quella una volta era una libreria, la “sua” libreria, quella che aveva gestito per tanti anni, offrendo ai suoi clienti il suo sapere e la sua esperienza di lettore accanito. Lì aveva accolto giovani e adulti in cerca non solo di un libro ma anche di scoperte, di luoghi misteriosi e lontani dove vivere mille avventure, di storie romantiche e commoventi, di realtà differenti dalla propria, storie di persone vissute nel passato e ormai scomparse. Libri che parlavano al cuore e alla mente, incuriosendo, insegnando, lasciando una traccia dentro di sé a chi aveva la voglia e la costanza di sfogliarne le pagine e arrivare all’ultima pagina.
Quello era un luogo dove si andava a cercare la cultura.

La chat

Maria stava attraversando il parco cittadino, osservando le bellissime aiuole fiorite che punteggiavano di colore i prati. Era una bella giornata di primavera, il sole già caldo, il lago pieno di barche a vela, di cigni e papere che vagavano placide sulle acque calme.

Maria ripensava agli ultimi mesi, a quando, rimasta sola dopo che i figli avevano lasciato casa per vivere la loro vita, lei si era comprata un computer, e navigando qua e là aveva scoperto il mondo delle chat. Inizialmente era stata un’amica lontana che gliene aveva accennato, dicendole che con quel mezzo loro due avrebbero potuto comunicare anche senza telefonarsi, senza spendere per parlarsi a voce, ma utilizzando la scrittura immediata della chat. A Maria la cosa aveva intrigato e fattosi spiegare bene in cosa consisteva, ci si era buttata. All’inizio comunicava solo con Piera, la sua amica, ma piano piano si era fatta coraggio e aveva iniziato a rispondere anche a qualche altra persona che la contattava. Quasi sempre uomini, ovviamente. Non che la cosa le dispiacesse, tutt’altro. Sola ormai da molti anni, da quando era rimasta vedova causa un brutto male che le aveva portato via il suo Antonio, non disdegnava l’idea di trovare un nuovo amore, o perlomeno un’amicizia affettuosa, come le piaceva dire alle sue amiche…

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La telefonata

Sabato sera, ore 20 circa. Il cellulare suona:
pronto?
pronto, ciao, c’è Paola?
no guardi qui non c’è nessuna Paola, deve aver sbagliato numero
ah, scusi… ma non è il ….?
no, questo è il …..
ah mi scusi ancora, buonasera

Sabato sera, ore 20.20 circa, il cellulare suona di nuovo:
pronto?
– salve, scusi io sono quello di prima… quello che ha sbagliato numero… –
– buonasera a lei, ha trovato Paola? – rispondo stupita e un po’ ridendo fra me e me…
– no, no, mi scusi… sono un po’ imbarazzato… non so come dirlo… –
– lo dica e basta –
– il fatto è che stavo dicendo al mio amico che ho parlato per sbaglio con una donna con una voce bellissima, molto sensuale, e lui ora vorrebbe sentire la sua voce… –
– …ma mi sta prendendo in giro? –
– no, davvero! è che lei ha una bella voce… morbida, sensuale… mi scusi sa… –
– ha ha ha … non mi faccia ridere! –
– dico davvero! non si arrabbi… parlerebbe un momento con il mio amico? Lui ci terrebbe davvero tanto, e se non lo accontento mi dà il tormento chissà fino a quando…-
– va beh, allora me lo passi..… –
……………
salve. mi scusi sa… ma il mio amico mi ha detto che lei aveva una voce meravigliosa e io ero invidioso e volevo sentirla, volevo sentire se era proprio così come diceva lui… –
– e adesso? è contento? –
– sì molto, grazie! e lei ha davvero una bella voce… come si chiama? –
– Linda, e lei? –
– Giuseppe. Possiamo darci del tu? –

va bene, Giuseppe, piacere di sentirti. Però adesso devo andare
di già? no dai, parliamo ancora… mi piace troppo sentirti parlare
– ma dai, ora hai sentito la mia voce, adesso basta. Vai a divertirvi con i tuoi amici. –
– se ne sono già andati, in discoteca, a me non interessa, preferisco stare qui a parlare con te… –
– ma io ho da fare, non posso restare al telefono per ore… –
– ma posso richiamarti? domani? ti prego… –
– mah, non saprei… per fare cosa? non ti conosco… –
– nemmeno io ti conosco, ma mi piacerebbe, almeno per telefono… sento che sei una bella persona, intelligente, arguta, simpatica… –
– grazie per i complimenti… e va bene, senti il mio numero ormai ce l’hai, se vuoi chiamare, chiama. Ora devo proprio andare, ciao. – E chiudo la telefonata.

Ero frastornata, ma anche divertita. Il fantomatico Giuseppe mi era sembrato una persona simpatica, un po’ burlona forse, ma in fondo innocuo. Ho pensato ad una golardia di giovani annoiati. Mi sbagliavo.

E’ iniziata così una “amicizia” telefonica che è durata diversi anni. Giuseppe chiamava ogni tanto, all’inizio quasi ogni sera, poi una o due volte la settimana, e qualche volta lo richiamavo io. Erano conversazioni divertenti, mi faceva ridere fino alle lacrime, scherzavamo su tutto, su noi stessi prima di tutto. Lui era giovane, non aveva ancora trent’anni, io più vicina ai cinquanta che ai quaranta, e se ci pensavo troppo mi sentivo sua madre… Ma quelle telefonate mi facevano piacere, non posso negarlo. Flirtavamo sul filo del telefono, giocavamo con noi stessi, consapevoli entrambi che si trattava appunto solo di un gioco.
Giuseppe era di Napoli, finanziere senza specificare bene in che ambito, la classica scusa “se te lo dico poi ti dovrei uccidere…” o quasi, ma grazie al suo lavoro aveva scoperto tutto di me: dove avevo vissuto prima, con chi mi ero sposata, quanti figli avevo, ecc. Io invece non sapevo niente di lui, nemmeno il cognome, ma non mi importava. Giuseppe era una voce al telefono e un volto immaginato, e tanto mi bastava. Quando le telefonate iniziarono a farsi più rade, di tanto in tanto me ne dimenticavo, sorprendendomi con piacere ogni volta che vedevo riapparire il suo nome sul display del cellulare.

La vita però va avanti, e se già le relazioni di amicizia a distanza faticano a durare nel tempo, figuriamoci quelle solo virtuali! Io mi ero anche trasferita, andando a vivere in un’altra regione, e Giuseppe aveva intrecciato una relazione con una ragazza dalla quale aveva avuto in figlio. Mi chiamava per dirmi le sue difficoltà ad accettare la cosa, soprattutto il fatto che i suoi parenti volevano che i due si sposassero. Lui era molto restio ad accettare un matrimonio riparatore, senza tuttavia voler venire meno ai suoi doveri di padre. Tuttavia questo figlio inatteso richiedeva tutte le sue energie, e le telefonate ormai erano divenute sporadiche, per non dire quasi nulle.

Un giorno dovetti cambiare il cellulare e la scheda, e nel cambio malauguratamente persi alcuni numeri memorizzati, tra i quali anche quello di Giuseppe. Lui sincronicamente non richiamò più, e quando mi trasferìi nuovamente, ma questa volta all’estero, cambiando anche i numeri di telefono, seppi di averlo perso per sempre.
Mi farebbe piacere sapere come è proseguita la sua vita, se ha avuto il figlio, magari poi più di uno, se lavora ancora per lo Stato o ha aperto la palestra come mi diceva di voler fare.. Insomma, mi piacerebbe risentirlo solo una volta per sapere. Ma forse invece è giusto così. Quella voce portata dal filo del telefono rimarrà solo nei miei ricordi.