La donna era ferma alla guida della sua automobile, bloccata da un ingorgo al semaforo che, malgrado fosse verde, non lasciava passare nessun veicolo. Ascoltava un brano di musica classica alla radio, e lasciava vagare i suoi pensieri, senza troppo preoccuparsi del traffico. Non aveva fretta, non stava andando a nessun appuntamento importante, quindi poteva anche godersi il momento, la musica piacevole, il sole che entrando dal finestrino la scaldava piacevolmente.

Si guardò in giro senza troppa curiosità, osservando i passanti sul marciapiede, le vetrine dei negozi, quando un’immagine la colpì destandola da quello stato di apparente distacco dal mondo: un uomo, fermo immobile davanti alla vetrina di un negozio di abiti da sposa.

Era un’immagine un po’ incongruente. L’uomo, alto, brizzolato, elegante nel suo portamento, si appoggiava ad un bastone da passeggio che ne denotava l’età non più giovane. Quando si girò un po’ di tre quarti lo vide in viso, e gli diede una settantina d’anni. La donna si chiese cosa mai ne avesse colpito l’attenzione, in tutto quel biancore di tulle e pizzi, ricami e merletti, lui che era uomo e non più giovane. Ed iniziò a immaginare.

Immaginò che lui ricordasse il matrimonio della propria figlia. Quella figlia adorata, forse unica figlia femmina, che con grande fatica lasciava andare, consegnandola ad un altro uomo. Ripensava il momento in cui tenendola ancora stretta al suo braccio l’accompagnava lungo la navata della chiesa, gli invitati come ombre ai lati, vaghe figure di cui non ricordava più le fattezze, concentrato solo sulla sua “bambina”, con il sentimento di dolore misto ad orgoglio per quella figlia che stava lasciando andare. Ripensava a come era bella nel suo abito bianco, con il velo che l’avvolgeva come in una nuvola, rendendola eterea. Ricordava lei bambina, quando giocava a nascondino con lei fingendo di non sapere dove si fosse nascosta. Ricordava la sua risata cristallina quando seduti insieme sul divano o sul letto lui le faceva il solletico, proprio per sentirla ridere. Ritornava con il pensiero alle lacrime che le aveva asciugato, ai suoi primi dolori, le cadute dalla bicicletta, dagli alberi dove sempre si arrampicava, ma anche i primi amori da adolescente, le confidenze che aveva più con lui che con sua madre.

Poi la donna pensò che forse no, forse l’uomo ricordava il suo, di matrimonio. Avvenuto tanti, troppi anni prima, e forse la sua compagna non c’era più da tempo, e il ricordare il loro matrimonio era per lui momento di nostalgia e dolore intriso di dolci ricordi. Forse lui l’aveva tanto amata, era la donna della sua vita, lo sapeva da sempre, dal primo momento in cui l’aveva incontrata e le si era dichiarato. L’aveva sposata in una bella mattina di sole, a primavera inoltrata, e lei era splendida nel suo abito bianco, leggero e semplice, con solo una coroncina di fiori sui morbidi capelli lasciati sciolti sulle spalle. Lei era piccola, minuta, all’apparenza delicata ma in realtà forte come una roccia. Lo sapeva prendere con la sua dolcezza, e gli faceva fare tutto quello che voleva lei. Lui era ben felice di assecondarla, anche perché non aveva grandi pretese, era una donna che amava la semplicità delle cose e della vita. Ma dentro aveva una grande ricchezza. Quando era morta aveva sofferto tantissimo, e non c’era giorno in cui non pensasse a lei, ai bei momenti che avevano vissuto insieme.

La donna chiusa nella sua automobile si intristì al pensiero del lutto di quell’uomo, e pensò che forse no, forse lui stava guardando quegli abiti meravigliosi perché aveva un nuovo amore…un amore tardivo, ma non per questo meno bello. Non si capacitava della fortuna che gli era capitata, di incontrare ancora una donna che sapesse amarlo, farlo felice, desiderare di vivere con lui gli ultimi anni. Una donna che aveva saputo farlo sorridere di nuovo, invitarlo a tornare in gioco, rendergli la voglia di vivere, a lui che si pensava ormai finito e sul viale del tramonto. Stava quindi valutando se quegli abiti esposti fossero degni dell’attenzione di lei, se valesse la pena portarla in quella boutique a provare e scegliere il suo abito da sposa. L’uomo infatti si attardava, sbirciava all’interno con attenzione, si faceva schermo dal sole con la mano per meglio vedere all’interno, non accontentandosi di osservare gli abiti esposti solo in vetrina.
La sua sposa non era una giovinetta, richiedeva quindi un abito che fosse adatto a lei, sobrio ed elegante, non certo sfarzoso come avrebbe scelto una sposa ventenne.

La vettura davanti a lei si mosse di un paio di metri, e la donna sobbalzò tornando al presente, pensando l’ingorgo fosse ormai risolto. Invece le vetture si fermarono nuovamente dopo poco, e lei si rimise ad osservare l’uomo. Che persisteva davanti alla vetrina, senza aver dato cenno di volersene andare.

Pensò allora che forse non era la figlia che si sposava, ma forse la nipotina. Che lui aveva tenuto sulle ginocchia quando era piccola, alla quale aveva raccontato le favole della buonanotte mischiate ai suoi ricordi di gioventù. La nipotina che scappava a farsi consolare da lui quando aveva una discussione con la mamma, quando veniva messa in castigo per aver combinato una marachella, che trovava rifugio fra le braccia del suo nonnino, come lo chiamava. E che ora, diventata adulta, stava per convolare a nozze con quel “bellimbusto” del suo fidanzato. Simpatico, non dico di no, ma un po’ arrogante, pensava lui. Un po’ troppo pieno di sé. …ma chissà, se lei l’aveva scelto, forse era solo una sua impressione. Si doveva fidare del buon senso della sua nipotina!

Finalmente l’ingorgo si dissolse e le vetture incolonnate ripresero lentamente a muoversi. La donna abbandonò le sue riflessioni e ripartì per la sua destinazione, la musica sempre nella radio, lo sguardo al traffico e l’uomo davanti alla vetrina ormai lasciato al suo destino.
L’uomo al contrario persisteva nel guardare all’interno del negozio. Non vedeva il divanetto di velluto color crema, sul quale le accompagnatrici delle spose si potevano accomodare e aspettare che la futura sposa scegliesse il suo abito; non notava lo scaffale nel quale erano esposti gli accessori quali coroncine per i capelli ricoperte di delicati fiori in stoffa, guanti rigorosamente bianchi di varie lunghezze e tessuti differenti; alcuni veli in tulle, bordati di pizzo o ricoperti da perline luccicanti, o ancora intessuti con fili d’argento. Non si accorgeva dei porta-abiti ricolmi dei più belli e sontuosi abiti da sposa, lunghi e corti, lineari o gonfi e riccamente adornati, in seta e taffetà, tulle e pizzo, per soddisfare le clienti più esigenti.

Tutta un’altra cosa invece vedeva l’uomo, con un po’ di malinconia. Rivedeva le pareti del negozio ricoperte di scaffali in legno scuro, un tavolo antico sormontato da una bella lampada che diffondeva una luce calda e morbida, due comode poltrone che invogliavano i visitatori ad accomodarsi, e soprattutto libri, tanti, tantissimi libri, che riempivano tutte le scaffalature fino al soffitto.
Qua libri di filosofia e storia, là quelli di viaggi, qui romanzi e racconti, là biografie, e poi ancora quelli di avventura per ragazzi, e i libri storici, saggistica, di teatro, e tanti altri ancora.
Un negozio dove si vendevano sogni, ma non quelli di un giorno speciale che non sempre sarebbe stato tale, e non si sapeva quanto sarebbe durato, bensì sogni che duravano il tempo che ci si impiegava a leggere il libro, e anche oltre; sogni che facevano volare con la fantasia, che aprivano le mente, che rimanevano nella memoria a lungo se non per sempre.
Perché quella una volta era una libreria, la “sua” libreria, quella che aveva gestito per tanti anni, offrendo ai suoi clienti il suo sapere e la sua esperienza di lettore accanito. Lì aveva accolto giovani e adulti in cerca non solo di un libro ma anche di scoperte, di luoghi misteriosi e lontani dove vivere mille avventure, di storie romantiche e commoventi, di realtà differenti dalla propria, storie di persone vissute nel passato e ormai scomparse. Libri che parlavano al cuore e alla mente, incuriosendo, insegnando, lasciando una traccia dentro di sé a chi aveva la voglia e la costanza di sfogliarne le pagine e arrivare all’ultima pagina.
Quello era un luogo dove si andava a cercare la cultura.